agosto 9, 2010

Intro ‘e s’ortaedie kene accabu, cando su sole de Austu lu idias in s’impedradu, in undas chi parian su giornalinu, in su mudiore unu fruffurarzu chi no bi la faghiat a lassare su palattu e mancu su pensamentu resessiat a che lu faghet bolare. Prus a innedda una pitzinna chi cantaiat su chelu pintau, no la idias ma la pensais trista. Ti ch’andias, tando, cun su cadhittu nou, sa maniga de iscova cun origras de cartone e faghias ses inghirios in sa creja, tres a un’ala e tres a s’attera, ca su Santu cheriat gai. A pustis lu faghias fuere, lascande sa briglia e abbaidende a costazu su cumpanzu ‘e pariglia, umpare in s’ardia – ca gai cheriat su Santu- fintzas a subra ‘e sa pigada, inue finiat sa idda.
Tando ti pariat chi duas nues biancas ti pesaiant in bolu. E accurz’a tie, in sa carrela ‘e tuccaru non b’aiat pius nisciunu, idias solu su riu dae supra e pregontìas a su cadhu si cheriat buffade.
Emmo, podimos giampare, no est attesu su mare e si mantenes passu onu bi lompimos innantis chi iscurighet. Su Santu naraiat a bi proare.
Dae artu ispuntones birdes e cuadrados trotos sinzos de camineras, unu cadhu che su meu sutta ‘e un arvure in s’umbra, un astorittu appicau a s’aghera jocande, codhaentu li narant, ei s’abba ‘e su riu falande in rocca iscura su muidu che l’intendes. A de segus de su monte l’ischias lu intendias su mare comente una campura. Una tanca biaita, su matessi biaitu chi aias fatu su manzanu, in su quadernu, in s’asiu de sos compitos de istiu. Guasi biata cota, comente sa cantone ‘e sa pitzinna, e chie l’ischit si su Santu l’ada a biede. Aiat mortu su dragone ma forzis su mare no l’aiat bidu mai. Mai de goi, commente a commo.

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Dentro i pomeriggi eterni, quando il sole d’agosto lo vedevi uscire dalle pietre in piccole onde che sembravano un fumetto, nel silenzio c’era solo un passero che non trovava il coraggio di lasciare il cornicione e neppure il tuo pensiero riusciva a farlo volare. Poco più in là una ragazza che cantava il blù dipinto, non la vedevi ma la pensavi triste. Te ne andavi, allora, col tuo cavallo nuovo, il manico di scopa e le orecchie di cartone e facevi piano sei giri intorno alla chiesa, tre in un senso e tre nell’altro, il Santo voleva così. Poi lo lasciavi galoppare, allentando la briglia e guardando di lato il tuo compagno di pariglia, allineati nella corsa- che così voleva il Santo- fino al termine della salita, dove il paese finiva. Allora ti sembrava che due nuvole bianche ti spingessero in alto. E al tuo fianco, su quella strada di zucchero non c’era più nessuno, vedevi solo il fiume da lassù e chiedevi al cavallo se voleva andare ad abbeverarsi un po’. Sì, possiamo guadare e non molto lontano c’è il mare, se manterrai un buon passo poco prima del tramonto saremo lì. Il Santo ci diceva di provare.
Dall’alto punti verdi e quadrati storti, ghirigori di sentieri, un cavallo come il mio sotto un albero all’ombra, un falco sospeso che gioca -che fa l’amore col vento, dicono- l’acqua del fiume fra le rocce scure il rumore che ti arriva.
E dietro il monte lo sapevi lo sentivi, il mare come un campo.
Un campo azzurro, lo stesso azzurro che avevi colorato la mattina, sul quaderno da disegno, nella noia di un compito da fare per l’estate. Quasi blù, come il canto di ragazza, chissà se anche il Santo lo vedeva. Aveva ucciso un drago ma forse il mare non l’aveva mai visto, mai visto così.

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agosto 6, 2010

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“Sì, c’è proprio un rospo” disse l’uomo, quando ebbe finito di svuotare il sifone.
“Un che?”
“Un rospo”.
“Non dica sciocchezze, i rospi non si infilano nei lavandini”.
“Ce l’avrà messo qualcuno, magari uno dei suoi nipotini…”
“Non ho nipoti”.
“Un vicino, allora”.
“Non ho vicini”.
“Forse l’aveva nascosto in una tasca. A volte i vicini sono dispettosi”.
“Lei è pazzo”.

La signora Elvira stava perdendo la pazienza. Si vedeva dal tic alla spalla sinistra che aveva cominciato a muoversi a scatti. In più, le rughe sulla fronte sembrarono all’improvviso più profonde. “Scempiaggini!”, aggiunse.
Era ancora molto elegante e dai lineamenti si poteva intuire che era stata una gran bella donna, ricca di fascino e di sostanze, a giudicare dalla casa lussuosa nella quale viveva. Aveva decine di mobili in stile Luigi Filippo. Ma questa notazione non è di grande utilità, non so neppure perché mi è venuta in testa. Quel che conta è che la signora Elvira stava perdendo la calma.

A quel punto Reginaldo da Costa picchiettò con la chiave inglese sulla parte in metallo della tubatura, poco sopra la sezione di plastica chiamata “a bicchiere”. Poi si chinò nuovamente e scrutò con grande attenzione. “E’ così come le dico, signora, riesco a vederne una zampa”.
“Senta, rimetta tutto a posto e se ne vada. Le pagherò comunque il disturbo”.
“Perché? Lei stessa, quando ha chiamato, ha detto che i rospi stavano tappando i tubi”.
“Groppi! Io ho parlato di groppi!”
“Groppi? Non ho mai sentito nessuno parlare così”.
“Un groppo, un viluppo, un groviglio di capelli. Le è chiaro adesso?”
“No signora, i suoi capelli sono bianchi, questo gro…questo coso è nero”.

E’ arrivato il momento di dire che Reginaldo da Costa non era un vero e proprio idraulico. L’idraulico era il cognato, Filippo Bianchini, quello scritto in grassetto dentro un riquadro a pagina 45 delle pagine gialle. Lui dava una mano nei fine settimana, per arrotondare lo stipendio da muratore. Tuttavia, pur non essendo esperto, nel suo lavoro si comportava da vero signore. Prima e durante ogni intervento si prodigava in spiegazioni dettagliate sull’entità del guasto e sulle possibili cause.
“Quando finisce il letargo, vanno dove c’è l’acqua. In primavera si accoppiano proprio vicino all’acqua. Lì i maschi si aggrappano alle ascelle delle femmine, si chiama amplesso ascellare. A volte i maschi sono così tanti che la femmina muore soffocata”.
“I rospi non si riproducono dentro i lavandini” disse a denti stretti la signora Elvira, mentre la sua spalla andava su e giù.
“Ma infatti questo non stava facendo l’amore. E’ solo. Questo ce l’ha messo qualcuno per farle un dispetto. Potremmo farlo uscire attirandolo con delle lumache. Ha delle lumache in casa? ”.
“Mi ascolti bene: io ora vado a farmi un caffè in cucina, se al mio ritorno non avrà messo tutto a posto le farò passare un brutto guaio”.
Reginaldo da Costa si voltò di scatto ma la signora era già sparita. Rimase per qualche secondo come una scultura di gesso, con la bocca aperta e gli occhi spalancati in un’espressione stramba, un misto di sorpresa e delusione. Avrebbe voluto parlare delle verruche e di quanti rospi muoiono schiacciati dalle macchine. Invece restò così, come in una foto scattata a tradimento.
Quando si riprese, si piegò nuovamente di lato e ricominciò a guardare fra le anse dei tubi. E dentro quel buio ripensò all’amplesso ascellare.
Vide Mercedes, le sue ascelle depilate, le curve così misteriosamente sensuali. Il cuore cominciò a battergli forte, a martellare nelle tempie. Poi lo sentì nella pancia. Perciò, per non fare brutta figura, si fece precipitare in uno stato di malinconia: “Non riuscirò a conquistarla, è troppo bella per me”.
Quel pensiero si portò dietro anche un accesso di tenerezza verso il mondo animale. Allora prese uno dei suoi strumenti di lavoro, uno spazzolino da denti dotato di prolunga, e cercò di liberare il rospo. Agì con delicatezza, attento a non ferirlo, e una volta sicuro di averlo afferrato lo tirò a sé.
Era proprio un melmoso groviglio di capelli. Mentre lo osservava, incredulo, sentì che la caffettiera stava cominciando a gorgogliare. In tutta fretta buttò la palla nel wc e tirò lo sciacquone. Poi, appoggiando le mani a terra, in una posizione che ricordava quella di un anfibio, cercò di imitare il verso di un rospo : groac e uaar. Provò in diversi modi, gonfiando il collo più che poteva.
“Che fa?” urlò dalla cucina la signora Elvira senza ottenere risposta.
“Si può sapere che fa in quella posizione?” replicò, entrando nel bagno.
“Oh, niente, stavo raccogliendo l’acqua finita sul pavimento”.
“Bene, mi dica quanto le devo”.
“Dieci euro. Il guasto è riparato e il rospo è ancora vivo, l’ho liberato nel suo giardino, qui dalla finestra”.
La vecchia lo guardò sbigottita e strinse le sue labbra bluastre. Senza aggiungere altro, Reginaldo si alzò in piedi e cominciò a scalpicciare.
La parola “scalpicciare” nell’economia di questa storia è quasi inutile. Sarete però concordi nell’ammettere che produce davvero un bel suono.
Comunque l’idraulico disse “rosa da vedere rosa da fuggire”. E improvvisò una danza goffa, una specie di samba tutto sbilenco. Poi si fermò, infilò una mano nella tasca della tuta da lavoro e ne trasse fuori un grosso fiore di plastica con lo stelo di metallo. “Questo è per lei”.
La signora Elvira non trovò le parole per rispondere. E quasi le venne da piangere.

I due non si incontrarono mai più. Forse un giorno, al mercato, lui le passò vicino ma non la riconobbe.


*** da un input di  e.l.e.n.a,   socia in strani affari
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