gennaio 27, 2011

“Mai dolo!”
Illusa, finge, sottosegretaria.

L’aroma di droga ballava:
i viagra,
l’Arem a cavaliere.
Apoteosi rare,
"beata" e sua notte,
molle, da re.
E libido galattica la sera:
latini e rapaci,
maci, fica, passere.
Pago la mona!
Eran re vogliosi, re di satrapi.
Si parta, sì
deriso il governare,
anomalo gap.
E’ ressa pacifica?
Mica pare, in itala resa.
La città, lago di bile,
era dell’ometto nauseata
e B. era riso e topa.

E rei lava Camera larga,
ivi avalla
bagordi da Mora,
là, ira terge, sotto segni fasulli.
O, lodiam!

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gennaio 21, 2011

E così Polanca ci ha convocato per stasera. “Per importanti comunicazioni” ha scritto.  Stamattina presto, prima di recarsi al suo ennesimo colloquio di lavoro, ha lasciato in bella mostra un finto telegramma. La carta sembrava quella di una volta, giallina, e anche per come l’aveva ritagliata si capiva che ci aveva messo un certo impegno.
“Alle ore 19 riunione di noi tre stop Per importanti comunicazioni stop Qui in cucina stop”.
 
“Che vorrà dire?” mi chiede Bulgaria, mentre facciamo colazione.
“Non saprei, magari questa volta lo assumono”.
“Ma figurati, farà come sempre, dopo due minuti manderà affanculo tutti”.
“Dici che parlerà di nuovo del plusvalore e del fallimento del capitalismo?”
“Sicuro”.
“Allora, chissà, forse ha trovato una fidanzata”.
“Sì, e io gioco a basket nella Nba”.
Cade il silenzio. Rimaniamo così, tutti e due con una faccia che sembra disegnata  dalla curiosità.  Bulgaria riprende in mano il telegramma. Lo riapre e lo ripiega più volte, come se stesse studiando un sottotesto. Mi sembra di scorgere in lui un accesso di tenerezza, ma forse ha sempre avuto quell’unica espressione, quegli occhi un po’ bovini.
“Senti, io lo chiamo” mi fa, alzandosi di scatto.
“Non ora, magari è sotto esame”.
“Se è così, saprà come cavarsela”.
E infatti, poco dopo, dal vivavoce sento Polanca che dice: “Sì, buongiorno direttore, l’articolo sul Taylorismo e i processi produttivi è pronto, glielo mando stasera…grazie a lei… a risentirci”.  Bulgaria dice solo “arrivederci”, poi la comunicazione si chiude.
“Che ti avevo detto, è davanti a qualche capo del personale”.
“Vabbè, fra un po’ lo richiamo”.
Invece, non sono passati neanche venti minuti, richiama lui: “Arrivo fra un’ora, la riunione è anticipata per l’ora di pranzo”.

Quando entra in cucina è tutto serio. Si leva il cappotto, sotto ha l’abito di velluto e una mia cravatta presa in prestito.
“Come è andata?”
“Un altro imbecille, il mondo è pieno di imbecilli che pensano di avere a che fare solo con imbecilli”.
“Quindi niente?”
“Niente. Fumerò di meno”.
Poi si siede e ci guarda, prima l’uno e poi l’altro, come un arbitro che guarda i capitani prima di lanciare la monetina.
“Vi devo briffare”
“Eh?” fa Bulgaria, arricciando il naso e con una voce stridula.
“Bulgarì, ma dove vivi? Ma li leggi i giornali? To brief, una riunione veloce per illustrare un progetto. Eppure questi giorni è stato usato spesso”.
“Ecco, bravo, è proprio di questo che devo parlarvi, di un progetto”.
Apre una cartella che aveva poggiato sul tavolo e tira fuori un po’ di carte. “Un progetto di lavoro che riguarderà noi tre. Se Maometto non va dalla montagna, la montagna verrà da noi. Ho fatto anche dei biglietti da visita. Intanto cominciate a dare uno sguardo alle stampe che ho lasciato in giro per la città”.
Io non credo ai miei occhi. Munga Munga. C’è scritto proprio così, in grassetto, in cima al foglio.
E sotto: “ Pastori, non servi. Manodopera specializzata per mungiture ad alta professionalità. Anche ad ore. Intercettateci”.
Sotto ancora, un numero di telefono.
“Ma porca vacca, questo è il mio cellulare!” esplode Bulgaria, quando realizza che il numero è proprio il suo. “Tu sei pazzo”.
“Sei quello che parla meglio il sardo, Bulgarì. E hai pure le physique du role, sei il più credibile”.
“Ha ragione Polanca, sei  il più basso". " Mi sembra un’ottima idea” aggiungo, cercando di essere convincente.
Bulgaria si alza e ci manda da qualche parte, imprecando nel dialetto incomprensibile del suo paese.
Poi continua dall’altra stanza, noi lo sentiamo appena.
Finché il suo telefono non comincia a squillare.
“Pronto. Sì, siamo noi”.

"Cinquecento pecore? Allora ci dovete dare anche una farfallina".

 
 
 

gennaio 11, 2011

Andava lì perché era lì che riusciva a piangere. In mezzo alle querce, sul finire dell’autunno. Quando i colori si moltiplicavano e la terra si riparava dal freddo con una coltre di foglie secche. Quando le ghiande cadute cominciavano a germogliare vicino al santuario, prima dei nuraghi.
Aveva scoperto quel posto molti anni prima, un giorno che andava per funghi e aveva perso l’orientamento. Dopo aver cercato per ore la strada del ritorno, era quasi impazzito perché ogni tentativo l’aveva riportato sempre nello stesso punto, come se quella radura fosse diventata un labirinto disegnato dal demonio. Alla fine, sfinito, si era seduto sotto un albero ad aspettare. Aspettare che qualcuno venisse a cercarlo. Oppure la notte, con le stelle per orientarsi. O un cane dei pascoli vicini, il rumore di un motore, una Jana di quelle buone che avessero voglia di giocare e di aiutarlo. Invece, dopo poche ore, il cielo era diventato di pece e l’unico segno di vita era stato un uccello notturno che cantava in lontananza.
Quella notte il giovane Antonio Bandinu, quando si addormentò, sognò Dio. O forse lo vide nel dormiveglia, nell’oscurità che sembrava impenetrabile ma che a un tratto, dopo averla fissata a lungo, gli era parsa meno spaventosa. E anche la civetta aveva smesso di fargli paura.
Dio era un vecchio con un pastrano marrone, il viso deformato dagli anni e le mani scarnificate fino alle ossa. Ai piedi portava un paio di scarpe con la tomaia quasi completamente staccata dalla suola, tanto che entrambi gli alluci ne spuntavano fuori ad ogni passo. All’inizio, dalla sua posizione supina, Antonio Bandinu vide solo quelli. Due testoline chiare che si affacciavano e si nascondevano, alternandosi come in un gioco di bambini, un teatrino delle marionette.
“Chi è? “Non lo so, sembra uno che dorme”.
Gli sembrò di sentire un dialogo, una voce acuta e una molto bassa. E pensò che fossero le dita dell’uomo. Poi, quando gli venne più vicino, si accorse che a parlare in quello strano modo era proprio il vecchio. Era lui che faceva le vocine.  Allora si mise seduto e sollevò lo sguardo. “Chi siete?” chiese, con la voce impastata di sonno e stropicciandosi gli occhi con le nocche infreddolite,  “avete il gregge qui vicino?" Mi potete aiutare?
Il vecchio non rispose subito. Si chinò lentamente e dopo aver spostato un po’ di foglie secche staccò alcuni fili d’erba. Li annusò e li lanciò in aria, come uno che volesse valutare la direzione del vento. Poi si sedette anche lui vicino all’albero, rimanendo ancora per qualche secondo in silenzio.
“La strada è facile, è qui”. Con la punta di un indice indicò il polpastrello dell’altro.
Antonio Bandinu lo guardò con sorpresa. Ancora non sapeva se stava sognando.
Il vecchio, prima che il ragazzo potesse chiedere qualcosa, disse: “Fai come faccio io e quando il sole sarà alto sarai a casa tua”.
Si alzò di nuovo sulle gambe malferme e fece pochi passi, sparendo per alcuni secondi dalla vista del ragazzo. Quando riapparve, aveva in mano due rametti di cardo. Ne tenne uno per sé, l’altro lo porse ad Antonio: “Fai come faccio io”. Con la lingua umettò il polpastrello dell’indice e poi, dopo averci soffiato leggermente, se lo punse con una spina del cardo. La goccia di sangue che venne fuori formò una pallina in perfetto equilibrio. Il vecchio la schiacciò col pollice e cominciò a guardare la macchia rossa che si era formata. Avvicinò ancora di più il dito ad un occhio, fino a farlo arrivare vicinissimo alla cornea. “Fai come faccio io”, disse di nuovo con una voce ancora più bassa. Poi tacque.  Ora Antonio sentiva solo il respiro affannoso.
Gli ci volle un bel po’ per trovare il coraggio, ma alla fine riuscì a ripetere con precisione tutta la sequenza dei gesti che il vecchio gli aveva mostrato. Quando la spina di cardo penetrò nel suo dito, strinse i denti e riuscì a trattenere il lamento.
E guardò, anche lui, il centro del polpastrello.
C’era una mattina di febbraio, in una città sconosciuta. Piovigginava. Lui era più grande di qualche anno. Se ne stava seduto su una panchina riparata, in solitudine. Guardava i suoi compagni di scuola che si divertivano, sull’altro lato della piazza, a giocare a calcio con una palla di carta. Lo chiamavano, ogni tanto, vieni.