gennaio 11, 2011

Andava lì perché era lì che riusciva a piangere. In mezzo alle querce, sul finire dell’autunno. Quando i colori si moltiplicavano e la terra si riparava dal freddo con una coltre di foglie secche. Quando le ghiande cadute cominciavano a germogliare vicino al santuario, prima dei nuraghi.
Aveva scoperto quel posto molti anni prima, un giorno che andava per funghi e aveva perso l’orientamento. Dopo aver cercato per ore la strada del ritorno, era quasi impazzito perché ogni tentativo l’aveva riportato sempre nello stesso punto, come se quella radura fosse diventata un labirinto disegnato dal demonio. Alla fine, sfinito, si era seduto sotto un albero ad aspettare. Aspettare che qualcuno venisse a cercarlo. Oppure la notte, con le stelle per orientarsi. O un cane dei pascoli vicini, il rumore di un motore, una Jana di quelle buone che avessero voglia di giocare e di aiutarlo. Invece, dopo poche ore, il cielo era diventato di pece e l’unico segno di vita era stato un uccello notturno che cantava in lontananza.
Quella notte il giovane Antonio Bandinu, quando si addormentò, sognò Dio. O forse lo vide nel dormiveglia, nell’oscurità che sembrava impenetrabile ma che a un tratto, dopo averla fissata a lungo, gli era parsa meno spaventosa. E anche la civetta aveva smesso di fargli paura.
Dio era un vecchio con un pastrano marrone, il viso deformato dagli anni e le mani scarnificate fino alle ossa. Ai piedi portava un paio di scarpe con la tomaia quasi completamente staccata dalla suola, tanto che entrambi gli alluci ne spuntavano fuori ad ogni passo. All’inizio, dalla sua posizione supina, Antonio Bandinu vide solo quelli. Due testoline chiare che si affacciavano e si nascondevano, alternandosi come in un gioco di bambini, un teatrino delle marionette.
“Chi è? “Non lo so, sembra uno che dorme”.
Gli sembrò di sentire un dialogo, una voce acuta e una molto bassa. E pensò che fossero le dita dell’uomo. Poi, quando gli venne più vicino, si accorse che a parlare in quello strano modo era proprio il vecchio. Era lui che faceva le vocine.  Allora si mise seduto e sollevò lo sguardo. “Chi siete?” chiese, con la voce impastata di sonno e stropicciandosi gli occhi con le nocche infreddolite,  “avete il gregge qui vicino?" Mi potete aiutare?
Il vecchio non rispose subito. Si chinò lentamente e dopo aver spostato un po’ di foglie secche staccò alcuni fili d’erba. Li annusò e li lanciò in aria, come uno che volesse valutare la direzione del vento. Poi si sedette anche lui vicino all’albero, rimanendo ancora per qualche secondo in silenzio.
“La strada è facile, è qui”. Con la punta di un indice indicò il polpastrello dell’altro.
Antonio Bandinu lo guardò con sorpresa. Ancora non sapeva se stava sognando.
Il vecchio, prima che il ragazzo potesse chiedere qualcosa, disse: “Fai come faccio io e quando il sole sarà alto sarai a casa tua”.
Si alzò di nuovo sulle gambe malferme e fece pochi passi, sparendo per alcuni secondi dalla vista del ragazzo. Quando riapparve, aveva in mano due rametti di cardo. Ne tenne uno per sé, l’altro lo porse ad Antonio: “Fai come faccio io”. Con la lingua umettò il polpastrello dell’indice e poi, dopo averci soffiato leggermente, se lo punse con una spina del cardo. La goccia di sangue che venne fuori formò una pallina in perfetto equilibrio. Il vecchio la schiacciò col pollice e cominciò a guardare la macchia rossa che si era formata. Avvicinò ancora di più il dito ad un occhio, fino a farlo arrivare vicinissimo alla cornea. “Fai come faccio io”, disse di nuovo con una voce ancora più bassa. Poi tacque.  Ora Antonio sentiva solo il respiro affannoso.
Gli ci volle un bel po’ per trovare il coraggio, ma alla fine riuscì a ripetere con precisione tutta la sequenza dei gesti che il vecchio gli aveva mostrato. Quando la spina di cardo penetrò nel suo dito, strinse i denti e riuscì a trattenere il lamento.
E guardò, anche lui, il centro del polpastrello.
C’era una mattina di febbraio, in una città sconosciuta. Piovigginava. Lui era più grande di qualche anno. Se ne stava seduto su una panchina riparata, in solitudine. Guardava i suoi compagni di scuola che si divertivano, sull’altro lato della piazza, a giocare a calcio con una palla di carta. Lo chiamavano, ogni tanto, vieni. 

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3 Risposte to “”

  1. Gardenia said

    Si respira incanto in questa tua scrittura.
    g*

  2. Realismo magico, direbbe qualcuno.
    Sarano i nomi, saranno i luoghi, saranno i gesti e le cose, ma qui tutto concorre a costruire un quadro antico, che molto lentamente si anima e si trasforma, proprio come succede nei sogni, quando all'improvviso sei altrove. E lo spaesamento non dà vertigine. Sembra naturale, come bere un bicchiere d'acqua.

    (grande Birambai)

  3. elis_mr said

    Aspettando Dio a volte si fanno bellissimi incontri :-))

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