marzo 29, 2011

Gli origami sopra il grande camino, farfalle di giornale annerite dal fumo. Una madonnina di plastica con la corona azzurra che si svita, l’acqua di una grotta francese che protegge la casa. Il mobile di formica.  Il Papa Giovanni, viva il Papa- Papa Giovanni e, vicino,  uno strano oggetto di legno con  due grosse chiavi incrociate e tanti gancetti per appendere altre chiavi.  Una radio enorme con i nomi di Istanbul , Mosca, Tolosa e Bonn. Un televisore ancora più grande, scuro e minaccioso, sul piano superiore di un carrello malfermo.  Lo stabilizzatore, il dio potente che si mangia i fulmini.
Una bambola col viso di porcellana, una gonna enorme sparsa sul divano, al freddo.
Uno scrigno con la musica dentro e una ballerina che si risveglia e danza sulle punte.
La tabacchiera di una zia. Una scatola di colori a cera, l’album delle figurine Panini, un pallone sgonfio. Una bardofula con lo spago. Due numeri di Tex Willer, uno di Zagor, Natale calibro 45.
Un armadio che diventa un letto, un altro armadio che diventa un altro letto, una vetrina con il rosolio giallo, un portapenne con un tronco cavo e una stella alpina, una penna stilografica verde e nera, un sacchetto con le biglie di vetro.
Il bagno con tre pettini grandi e uno piccolo, una scatola di lamette, un pezzo di cristallo liscio che ferma il sangue, forcine che sembrano ossa, un profumo verde con il tappo a forma di pigna, il calendario profumato del barbiere vicino allo specchio.
Il braciere, la pedana circolare che contiene il braciere, uno spiedo, un treppiedi, un tostaceci,  appesi dentro il camino. Un letto con la spalliera di ferro, due pomi laterali, un disegno al centro con due angeli, un comò di castagno con il ripiano di marmo, foglie di palma intrecciate da anni, un nodo sul legno della porta che sembra il viso della madonna di plastica. Una foto di guerra, una cartolina, una busta con francobolli stranieri, il sussidiario, l’atlante geografico, un vecchio vocabolario di latino, il libro Cuore, Ventimila leghe sotto i mari, Il corsaro nero, una cinghia elastica per portare i libri a scuola, la scritta W Cagliari.
Un cestino di asfodelo vuoto, un cestino di giunco e rafia con alcune caramelle alla menta. Una pallina da tennis spelacchiata, qualche tappo di latta, un temperino, una lente d’ingrandimento.

Una voce, una risata. Il ripasso della geografia, il gatto che passa e si stiracchia, l'odore di cipolle e lardo fritto. Un'altra voce che imita qualcuno, altre risate.

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marzo 25, 2011

Come torno a casa, li trovo che discutono a manetta, sembrano ospiti della tivvù. Manca il conduttore ma Bulgaria e Polanca se le danno di santa ragione.
“Fino a ieri dicevi che il tuo capoufficio è una merda e ora ti preoccupi per lui”.
“Non è che mi preoccupo, però un po’ mi dispiace”.
“Per un’unghia incarnita?”
“E’ doloroso, cazzo!”
“Ma ben gli sta! Sii coerente, almeno, non puoi dirmi che è diventato bravo solo perché ha un’unghia incarnita!”.
“Ho detto solo che mi dispiace vedergli quella smorfia di dolore ogni volta che mi passa vicino”.
“Veramente hai detto che ti senti addolorato”.
“No”.
“Cosa, no?”
“Non ho mai usato quell’espressione”.
“L’hai detto. Tre minuti fa hai fatto una pausa, sembrava che non ti venisse la parola, poi hai detto proprio “addolorato”.
“Polà, tu sei un bugiardo!”
“Attento a come parli”.
“Non posso averlo detto, quella parola mi ricorda le sagrestie”.
“Le sagrestie?”
“Proprio così, mi ricorda il freddo della sagrestia. C’era un’immagine della Maria Addolorata che mi terrorizzava. Aveva un fazzoletto fra le mani e guardava in cielo con un’aria disperata. Piangeva e si disperava. E io pensavo che stesse giudicando i miei peccati.”.
“Che peccati?”
“Quelli che sai anche tu Polà, non ti ricordi quando avevi paura di diventare cieco?”
“Io non mi sono mai masturbato”.
“Non abbiamo mai smesso!”
“…”
“E il capoufficio ha la stessa espressione della Mater Dolorosa?”
“Non guarda in cielo, però un po’ si assomiglia”.
“Ma non è che hai una crisi mistica?”
“Vai al diavolo, discutere con te è come discutere con Luttwak”.
“Chi?”
“Luttwak, l’esperto americano. Sa sempre tutto lui, quando parla sembra pronto a raccogliere le parole che ha appena detto per conservarle in un sacchetto”.
“Esperto di cosa?”
“Di tutto. Ma soprattutto di guerra”.
“Ah, ecco perché mi paragoni a lui. Finalmente lo ammetti, in fatto di guerre ti surclasso”.
“Il comando è mio!”
“Macché tuo, il comando per il momento non è di nessuno”.
“Adesso è mio, te lo dimostro”.
 
A questo punto, Bulgaria si alza, va nell’altra stanza e torna con una scatola di cartone piena di aeroplanini di carta. La poggia per terra, apre la finestra e comincia a lanciarle i razzetti.
Polanca non si fa pregare. Prende anche lui una scatola e comincia a fare altrettanto.
Da sotto, sento una signora che urla: “Ma che fate, siete impazziti?”
“Non si preoccupi signora, sono solo dei Tornado, non fanno del male a nessuno” risponde Polanca.
“Quello non era un Tornado” dice Bulgaria.
“Certo che era un Tornado, era appena partito dalla base di Decimomannu”.
“Vedi che non sai una sega! A Decimomannu i Tornado non ci sono”.
“Il comando è mio e li faccio partire da dove voglio”.
“Addolorato!”
“Luttwak!”
“Addolorato!”
“Unghia!”
“Mi dolgo!”
 
E continuano così. A me neanche mi considerano. Continuano a far volare quei pezzi di carta e a contendersi un pezzo di finestra. Sono proprio scemi.

marzo 11, 2011

E’ la vita loco dolore.

Vota parrà, empia.

E so,

tremo e so.

 

Cori d’eterni aedi,

nuove muse, dee, traci,

nemici, amici d’Ulisse, sirene…

Tra me e voi gemo.

 

Come toro crolla,

arene aimè letali,

così,

tale viril fiacco

-tal potere v’è tra lucidi proci-

reietto, lì sarò.

 

Arretro or, terra.

Ora… sì.

 

Lotte ieri, corpi,

di “cul” arte, vere top.

Là toccai Fli, rivelati “soci”:

La tele mia è nera.

 

Allor coro:

“Temo, come Giove e Marte,

neri sessi ludici.

Mai ci meni carte!”

 

E desumevo un idea:

In rete dirò

cose omertose ai Pm.

 

E arrapato, vero lodo colà ti vale.