luglio 6, 2011

La testa di Polanca è come la presa en passant nel gioco degli scacchi: la capisci, poi te la dimentichi, poi cerchi di impararla di nuovo e infine, ad ogni nuova partita, te la sei ancora una volta scordata.
“Sono un nuovo Signor Palomar!” mi ha detto stamattina.
Era lì che guardava la caffettiera, con gli occhi sbarrati, a dieci centimetri di distanza dall'oggetto, come un entomologo che osserva un insetto sconosciuto. “Sto indagando sull’essenza delle cose”, ha aggiunto, dopo una lunga pausa.
“Polà, accendi il gas, devo andare a lavorare”.
“Aspetta.  Un minuto puoi aspettare. Lei è una vita che passa le notti così, pronta sul fornello ad attendere i nostri comodi. Non ti accorgi che ci sta comunicando il senso dell’attesa? E’ come la volpe sotto il melo”.
“Che volpe?”
“Come, non ti ricordi la storia del rito? Che fine ha fatto quel libro che leggevamo da bambini? Che fine gli hai fatto fare a quella sciarpa gialla che ci legavamo al collo?”.
“Va bene, ve bene, mi arrendo, addomesticami pure”. “Però adesso accendi quel cazzo di fornello”.
“Prima concentrati, però. Trenta secondi, non ti chiedo che trenta secondi”.
Devo cedere. Se voglio arrivare in orario al lavoro, devo fare come dice lui. E così, sentendomi un perfetto idiota, punto anch’io lo sguardo sulla moka, anch’io in preghiera, come il mio amico.
 
Sarà stato un caso, sarà stato il desiderio prolungato un minuto di più, o forse la cura con cui Polanca aveva sistemato le tazzine sui piattini e i piattini sulle tovagliette e la zuccheriera perfettamente al centro del tavolo. O chiamatela suggestione, se volete. Fatto sta che il caffè, stamattina, mi è sembrato più buono del solito. Tanto più buono che nel silenzio i nostri sguardi sono caduti dentro le nostre rispettive tazzine vuote, come se ognuno stesse cercando una traccia, una risposta. Una risposta al niente, perché giusto al niente si può rispondere a quell’ora del mattino, mentre conti i minuti che ti separano dall’ufficio.
Vedo sette striature, alcune più scure, altre più chiare. Una serie di puntini che si stanno raggrumando sui bordi interni. Per un momento, nella catatonia, la vista mi si annebbia.
“Stai guardando il tuo futuro?” mi fa, Polanca, senza sollevare lo sguardo dal suo nuovo microcosmo.
“C’è la Via Lattea”, gli rispondo. E mentre lo dico mi sforzo di apparire meno serio di quanto non sia in quel momento. Perché, davvero, mi sembra di vedere il firmamento.
A quel punto Polanca solleva la testa: “Adesso esageri. Non è così che si fa. Devi osservare, non sognare. E poi la Via Lattea nel caffè è impossibile. Sarebbe cappuccino”.
Scoppia in una risata, lasciandomi come un allocco.
Con la stessa espressione babbea, arrivo in ufficio, trafelato. I colleghi sono un coro di “buongiorno” ai loro splendidi orologi alla moda.

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5 Risposte to “”

  1. e.l.e.n.a. said

    domani è il 7 luglio. cioè il settimo giorno del settimo mese ed è anche la festa cinese della via lattea nonché della medesima festa delle stelle trasposta in giappone con il nome di tanabata matsuri.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Tanabata

    tu ci hai visto giusto… altro che polanca! 🙂

  2. birambai said

    Elena, Polanca dice che sette/ sette è la festa della P4 :))

  3. osservare, non sognare…
    devo tenermelo in mente, quando incrocio la via Lattea nel fondo della tazza del caffé macchiato, ma anche cirri e tomboli e barene:)

  4. zop said

    ci farei la fimra per un firmamento al cappuccino!

  5. RobySan said

    Ammiro lo straordinario senso pratico e l'etica di Polanca. Un fanfarone qualsiasi, nella stessa situazione, si sarebbe abbandonato a considerazioni para-esoteriche da fare impallidire persino Giucas Casella. Polanca, invece, si è limitato all'osservabile, al positivamente conoscibile. Senza confondere le cose reali con quelle dell'immaginazione incontrollata.

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