settembre 5, 2011

Dalla porta socchiusa si fa strada, ogni tanto, un alito d’aria. Una pallina di sporco rotola  sul tavolato, il pulviscolo fa una strana danza sugli ultimi barbagli di un tramonto.  Poi, di nuovo, l’immobilità. I rumori arrivano attutiti. In lontananza  la romanza  di una donna,  il pianto di un bambino,  una moto. Più vicino, dalla strada sotto,  il passo stanco di un uomo, un borbottio di  fastidio.
 
Antonio Bandinu ha lo sguardo fisso sulla pagina di un libro, il braccio sinistro staccato dal corpo, un dito puntato in avanti. Qualcosa lo ha lasciato così, un po’ curvo, vicino allo scrittoio di castagno, in una posa di marmo. A guardarlo, ricorda proprio una  statua malinconica di San Giovanni Battista.
Chissà  su cosa rimugina, Antonio. Con ogni probabilità, sta ricordando la sua infanzia. Si aggrappa al rimpianto, quando arriva il buio.
La quarta riga, sulla pagina di sinistra,  riporta l’ aforisma di un anonimo in cui si parla di una possibilità di fuga.  Più avanti, quasi in fondo all’altra pagina, la parola “mancanza”,  posta in risalto da una traccia di matita, ricorda la fatica.

La fantasia lo aiutava, in giorni così, ma ora non basta più a salvarlo dallo sconforto. Non bastano più i libri, i rifugi in cui da ragazzo trovava riparo. Non trova  più i magnifici sogni drogati dall’inganno, i fantastici viaggi  sul binario di un artificio.  L’impostura, ora, mostra solo impostura. Marmo, appunto.
Dopo un paio di minuti Antonio abbassa il dito. Lo alza ancora , adagio lo sposta con lo sguardo contro il soffitto.  Una mosca canta la sua agonia intorno alla lampadina spoglia,  prima di posarsi di nuovo. Antonio la guarda.
Guarda  di nuovo il ricordo.  

Un campo di calcio, un ragazzino magro sulla fascia sinistra, un tiro all’incrocio, una maglia biancorossa, la fascia da capitano, gli abbracci, il sorriso di Marta fra i tifosi.
Una spiaggia,  pochi anni dopo. La sabbia finissima, la risacca lunga, uno spicchio di luna sopra il molo. Marta lancia un sasso, quattro rimbalzi sull’acqua. Lui la guarda da lontano, la ama da lontano.
La mosca non trova riposo, si sposta sull’orologio a muro.
 
Col suo amico Filippo, ora. In campagna, con la bici, fra i covoni di paglia grandi più di cristo.  La canicola di giugno, quaranta gradi all’ombra, tutti chiusi in casa. Noi no, noi  si va al lago, la nostra piscina. La sfida a chi va più sotto, a chi blocca il fiato più a lungo,  a chi più a lungo sopporta una sanguisuga attaccata al polpaccio, a chi avvista  una trota, a chi  provoca il canto di un grillo, a chi si tuffa  dalla roccia più alta. A chi ricorda il Pianto Antico fino in fondo.
 
La mosca casca sul libro. Consuma la sua ultima  vita  ruotando a pancia in su sopra una vita di carta. Il ronzio dura pochi istanti, una trottola rossa avvolta con poco spago. Antonio prova invano a rianimarla, toccandola con l’unghia.
Arriva il buio, tutto il buio, all’improvviso. La nostalgia lo abbandona.
 
La corda si trova lì, a un passo dalla cucina. L’ha posizionata un’ora prima, annodata al soffitto, a un gancio fissato col trapano.
Tutto organizzato, tutto disposto fino ai minimi particolari: una bottiglia di cognac,  un sigaro, l’addio sopra il tavolo,  su un foglio bianco. La mancanza, ha scritto.