maggio 21, 2005

L’altra lingua di Badora Manai (2)

Dopo un mese la muttirono di nuovo per fare il fattuzzo contra l’abba mala.

E’ all’intrinada che Badora lompe a Berruìle.
Il cielo è nigheddo che trumento. I gutturi, in ghirio alla chiesa, sono traìni che trazano tutto, arghe e orassioni.
Con la mòida dell’abba, si sente il rosario precadorio, il pianto leno di un piseddo, una femmina che abboghina “innoromala”.
Badora non ascolta, va deretta alla piatta, sotto il cherco antigorio.
Prende tredici codule e i rampitti tenneri che trova. Un rampo lo strazza dall’arvore. Con quello pinta un chilcio per terra e dentro il chilcio assenta le prede e i chilcaggi, in manera strambeca.
Pusti, da una bertuletta cuata sotto il mucadore manno, sbaganta tutto in meso alla figura: sei carramerda muovono lestri le farranche, fino ad agattare il ledamene tondo. E, troulando le bozzitte, cercano l’uscita fra gli arreschidolzi di quella presone. Badora pompia, marmurata, e arripete una rima: “èssinde a pizzu, de grodde su fizzu”, èssinde a fora, su male in bonora”.

Cola un po’di tempo, prima che un carramerda agatti la strada giusta per uscire dal chilcio. Solo allora, Badora alza gli oggi per  abbaidare le nuvole. Luego smette di proghere.
La maghiarza remunisce tutto nella bertula e, impresse, s’incammina per ghirare alle làcane di domo sua.
 
Il manzàno a pusti, mentre all’arvèschile si reca ai cunzati suoi per assentare i danni della temporada, Bachis Barui scopre che don Basile si è infurcato. Quando vede la carena del pride, appicata con la fune alla nae manna del cherco, il massaio s’iscanza in un risito. E pompia il sole, che sta pigando dietro Monte Pitzinnu.
Alla stessa manera, nel matessi momento, più ainnedda, anche Badora  pompia il sole. E s’iscanza pure issa.
 
C’è un calore stravanato. Troppo stravanato per l’ora che è.
 
Annunci