novembre 17, 2004

Battoldighi soldados
tentende una giostra
faghinde sentinella

battoldighi soldados…

Itte coppia bella
fu bistada sa nostra
si nos fumis amados

Il canto triste e lento di una serenata d’amore giungeva sulla strada, in Via San Giorgio, a Sunis, da un cortile poco distante. Una melodia scarna, ripetuta all’infinito, passava sui bassi tetti delle case e fluiva, monotona e dolente, in sa carrela.
I primi tre versi, s’isterrida, parlavano di quattordici soldati di guardia, gli ultimi tre, sa torrada, di un incontro mancato, di un amore mancato.
La voce era quella di tia Minnanna Daga, una vedova della "grande guerra", che ogni mattina, alle dieci in punto, prendeva dalla cucina uno sgabello di ferula, lo portava fuori e si sedeva nel punto più alto del suo cortile per guardare in direzione del mare di Bosa. Strabuzzava gli occhi e aspettava che alla linea dell’orizzonte se ne aggiungesse un’altra un po’ più scura, appena percettibile. Se il cielo era coperto o pieno di foschia, quella linea lei la immaginava. E vedeva il mare.
Solo allora intonava unu mutu in memoria del marito, ucciso dalla fanteria austriaca tanti anni prima, nel 1916. Sperava che le parole di quella canzone, trasportate dalle onde, potessero arrivare sempre più lontane e, chissà, un giorno raggiungere il luogo sconosciuto dove Raffaele era caduto senza trovare una degna sepoltura.
Solo questo canto. Per il resto, era silenzio nelle vie del paese.
In quel silenzio, dentro quelle note, un uomo si dirigeva al numero otto di Via San Giorgio per consegnare una lettera, trascinando a fatica sul selciato le scarpe rinforzate con i chiodi. Il suo passo produceva un suono di povertà, di quella povertà che la guerra aveva reso insopportabile, e, senza saperlo, batteva il tempo al canto di tia Minnanna.

Era la fine di maggio del 1942, e quella mattina, Olmiti Sanna, banditore e postino di Sunis, bussò alla porta di Giuseppa Meloni:
– Postaaa! O poninde? Cosa ona bol batto, ebbeniminde! –
Ripeteva da anni la solita stupida battuta che non faceva più ridere nessuno, nonostante si sforzasse di portare un po’ d’allegria con le rime urlate,  precedute, talvolta, dalla sua trombetta in ottone.
Giuseppa Meloni non rise. Capì subito che si trattava di una missiva del figlio Sebastiano. Il timbro dell’esercito, impresso sulla carta giallina, era più esplicito del nome e cognome del mittente, scritto con una grafia incerta in un angolo della busta. Non accennò neanche un sorriso, sotto il fazzoletto nero annodato sul collo, e dimenticò di salutare il vecchio portalettere. Chiuse la porta con la stessa ansia che la condusse velocemente in cucina. Da un cassetto prese i suoi occhiali, raddrizzò la stanghetta riparata col filo da cucire, si sedette, si fece il segno della croce e con il cuore in gola cominciò a leggere.

Il figlio più giovane, partito al fronte da un paio d’anni, annunciava un suo prossimo passaggio alla stazione ferroviaria di Macomer, su un treno che lo avrebbe condotto a Cagliari; da lì si sarebbe poi imbarcato su una nave da guerra diretta in Sicilia, sotto il comando della marina militare.
C’era dunque la possibilità di salutare, seppure fugacemente, i parenti che non vedeva da molto tempo, dall’ultima breve licenza che aveva trascorso in paese, l’occasione di abbracciare la mamma, “innantis chi su mare siat troppu mannu”, prima che il mare diventasse troppo grande.
Rilesse più volte quelle parole in sardo e le pronunciò ad alta voce, per esorcizzare il turbamento che aveva sentito nascere dentro. Poi tirò fuori dalla busta una piccola fotografia, guardò a lungo il sorriso del figlio, dentro quella divisa stirata di fresco, e sorrise a sua volta a quel “custa est solu pro a tie” scritto sul retro, sotto la data del 12 aprile, giorno del suo ventitreesimo compleanno.

La sera stessa, aveva già programmato il viaggio verso Macomer: sarebbe servito un asino capace di trasportare le provviste per il figlio, un piccolo prestito in denaro, indumenti di lana fatti a mano, utili per l’inverno successivo. Ma soprattutto era necessario fare del pane fresco, di cui Sebastiano diceva di sentire con nostalgia il profumo e il sapore ovunque si trovasse.

Giuseppa Meloni era conosciuta da tutti a Sunis per due ragioni importanti: sapeva leggere e scrivere e faceva il pane più buono di tutto il paese. Entrambe queste capacità le aveva acquisite grazie alla madre. Giorgia Nuvoli le aveva trasmesso il suo sapere di massaia e, con i pochi risparmi garantiti dalla vendita del pane – sfornato quasi ogni giorno per le famiglie dei ricchi -, l’aveva mandata a lezione privata da un vecchio maestro elementare in pensione. In seguito, Giuseppa aveva coltivato da sola le due qualità, aiutando la madre nel suo lavoro di fornaia e leggendo tutti i giorni gli stessi pochi libri che maestro Fulghesi le aveva regalato prima di morire.
Per anni quelle pagine l’avevano accompagnata nella sua semplice esistenza, fatta per lo più di sacrifici e duro lavoro, anche quando si era sposata con Giovanni Maria, servo pastore e contadino mezzadro. Allora, alla produzione del pane si era aggiunto il lavoro nei campi, in aiuto al marito, ma lei non aveva mai rinunciato alla lettura quotidiana di qualche brano.
Così era diventata un punto di riferimento per la povera gente analfabeta di Sunis, e quando arrivavano lettere dagli emigrati in Argentina o dai fronti di guerra, non aveva mai negato a nessuno il suo aiuto per interpretare e rispondere a quella corrispondenza fatta di timori e di speranze, di malcelate nostalgie.

Ora doveva scrivere al figlio, ora doveva fare del pane ancora più buono: tsikki e panu russu, e poche righe d’auguri e di benedizione. Con risolutezza determinò di fare entrambe le cose.

Durante la seconda guerra mondiale, era in vigore la legge del regime fascista che imponeva a tutti i contadini di versare l’intero raccolto ai cosiddetti "monti granatici" e anche a Sunis, come in tutti gli altri comuni, non si poteva certo sfuggire a tale imposizione: il podestà e i suoi collaboratori erano vigili e determinati nel punire qualsiasi "evasione".
Quell’anno, la famiglia Cossu aveva già consumato la misera provvista consentita dalla legge. Fare del pane appariva alla donna un’operazione impossibile. Ma rinunciarvi sarebbe stato come rinunciare a portare il dono più bello al figlio più amato e per tutta la notte pensò a come rendere possibile quell’impresa.
La mattina dopo aveva già convinto il marito Giovanni Maria a recarsi nei loro campi per raccogliere le spighe già mature e fare una piccola alzola, il necessario per mettere su cinque chili di grano e fare una furtiva panificazione.
L’operazione riuscì senza difficoltà, portata a termine nottetempo, e ora non c’era che da aspettare il giorno prima del viaggio per impastare la farina e farla lievitare. Su frementalzu era stato conservato con cura, avvolto in un panno e nascosto dentro una pentola di terracotta, con il segno di croce, impresso col pollice della mano destra, ancora visibile.

Un delatore, un collaborazionista del regime, forse un vicino di casa, informò Antonio Delario, podestà di Sunis, dell’azione di "tradimento della patria" e nel giro di poche ore, dopo una breve perquisizione, Giuseppa Meloni e Giomaria Cossu finirono in manette e vennero trasferiti al carcere di Oristano.
Vi restarono per oltre tre mesi, ricevendo solo poche visite dell’unica figlia rimasta in paese, l’unica non richiamata alle armi,
e di un avvocato difensore di animo nobile.
Per tutto quel tempo Giuseppa Meloni non pensò ad altro che a quell’incontro mancato e il suo senso di colpa prevalse perfino sull’offesa della prigionia. Dormì raramente e nei rari sogni vide solo uccelli neri di malaugurio che invadevano i campi di grano, enormi cavallette che oscuravano il sole. Il mare, che lei non aveva mai visto, era un mostro indistinto e minaccioso, una massa d’acqua scura e melmosa che tutto inghiottiva, era l’incubo soffocante. E ora non bastava incrociare le gambe sotto le coperte per tenere lontano quell’essere maligno che aveva conosciuto nelle sue giovani febbri malariche e che più volte le aveva tolto il respiro nelle sue visite notturne. Ora, la visione immaginaria del mare era una coltre che copriva il suo piccolo corpo fino a schiacciarla contro il letto, era un peso insopportabile: era “s’ammuntadore”.
Pregò giorno e notte e recitò tutti gli scongiuri che fin da bambina aveva imparato per scacciare i presagi del male.

Su lettu meu el de battos contones,
battor anghelos si bi ponene,
duos in pé e duos in cabitta
Nostra Signora a costazu m’istada
e mi narada drommi e riposa
no timas peruna cosa no timas peruna cosa no timas peruna cosa…

Sei mesi dopo, Olmiti Sanna, accompagnato da un carabiniere, risaliva Via San Giorgio con un telegramma in mano e col cuore in tumulto. Lo spediva il Ministero della Guerra. Doveva consegnarlo al civico numero 8.

Il Sergente Maggiore Sebastiano Cossu era affondato con la sua nave nel mare di Sicilia, sotto i bombardamenti dell’aviazione americana, e il suo corpo non fu mai più ritrovato: l’amore e l’affetto materno e i rosari sgranati in preghiere non riuscirono a salvarlo da un orribile e ingiusto destino, dalla crudeltà della guerra.

Da quel momento, e per tutto il resto della sua vita, Giuseppa Meloni non uscì più da un sordo dolore che l’accompagnò per altri vent’anni.
E da quel giorno non volle mangiare più neanche un pesce. Neppure una di quelle sardine che mia madre preparava, col pomodoro fresco, d’estate, dopo l’ultima infornata di bistoccu, e che a me sembrava il piatto più buono che potessimo avere. – Podet essere chi calch’ unu de issos si cheppada mandigadu a fizzu meu – diceva nonna Giuseppa volgendo lo sguardo altrove e nascondendo con la mano rugosa le lacrime che, inevitabilmente, ogni volta, le tornavano agli occhi.

Una lapide, ingrigita dagli anni, appesa a un muro nel cimitero di Sunis, riporta una frase che parla di eroi e di patria.
Sotto, un sorriso ventitreenne.

Ogni tanto, quando torno in paese, vado a trovare quella foto di mio zio, quel suo sorriso.
Immagino di sistemare dei fiori nel piccolo vaso vicino alla lapide.
Di lasciare una forma di pane appena sfornato.
Di sentire, nel silenzio, un canto lento e triste.

Battoldighi soldados
tentende una giostra
faghinde sentinella

Battoldighi soldados…

Itte coppia bella
fu bistada sa nostra
si nos fumis amados