patate senza cappotto

marzo 15, 2010

Come se niente fosse, camminavo da due ore. Ma mica nel parco o, che so io, in una bella spiaggia con la risacca che ti culla dentro e tutto quanto. No, camminavo nelle strade piene di freddo, dalle parti della zona industriale. Il gelo continuava a punzecchiarmi dappertutto, sotto i vestiti, come se volesse fare l’amore con me in modo strano. E anche se cercavo di dirgli di no in tutte le maniere, lui continuava a farmi le proposte più oscene.
Oltre a questi aghi di ghiaccio petulanti, sentivo anche un po’ di fame mista a infelicità che ogni tanto mi stringeva nello stomaco.
Allora, non sapendo cosa fare, mi sono fermato e ho guardato il cielo. C’era una luna bianca, sola come me.
Da lì in poi è stato naturale che io mi sia sentito un poeta sconsolato. Così ho subito chiesto alla luna che cosa faceva, anche lei tutta sola, silenziosa e tutto quanto, in quella notte indisponente. E lo chiedevo alla luna più che altro per chiederlo a me stesso, proprio come fanno i grandi poeti.
Chi poteva mai immaginare che a quell’ora, lì, vicino alla campagna, con cinque gradi sotto zero, poteva esserci qualcuno?
Invece sento il rumore di un finestrino che si abbassa. Dalla macchina posteggiata sul ciglio della strada, si affaccia un tipo e mi chiede se ho bisogno di qualcosa.
“Dell’amore” gli rispondo, riprendendomi dallo spavento.
“Vieni con me”, mi dice.
Non ho pensato che potesse essere uno pericoloso, aveva una faccia simpatica. E poi non avevo niente da perdere.
“Sali in macchina”, mi fa.
Parte, facendo fischiare un po’ le gomme.
Per due minuti non parliamo. Poi mi dice che anche lui era andato a finire laggiù per guardare la luna.
“Ti ha lasciato?” gli chiedo.
“Come un sacco di patate”.
“Per me è lo stesso”.
Per il resto del viaggio penso ai sacchi di patate, mi chiedo come vengano lasciati. Forse al buio, al freddo, in modo che le patate non germoglino.
“A proposito di patate…ti andrebbero delle patate arrosto e un bicchiere di vino?” mi chiede il tipo, mentre cerca un posteggio.
“Mi sembra una buona idea!”
Dopo un po’ siamo davanti a un caminetto, in una cantina del centro storico, a sbucciare patate che il tipo aveva lasciato a cuocere sotto la cenere calda. Il vino è di quelli speciali.

-Non sono mai stato così male- Eppure deve esserci una via di salvezza- Un altro amore- Non esiste un altro amore.
Non mi ricordo chi dei due abbia detto tutte quelle stronzate.
Per fortuna nessuno dei due dice chiodo scaccia chiodo.
Però penso lo stesso a come si rincoglioniscono i maschi quando vengono abbandonati da una donna. Penso anche che siano rincoglioniti già da prima.
Dopo aver sbucciato una patata un po’ più piccola e più rotonda delle altre, ci disegno sopra due occhi e una bocca all’ingiù.
“Sono io”
“No, è la luna”.
“Salute”
“Salute”.

Mi ero ingozzato a tal punto che non riuscivo più ad alzarmi, quelle maledette patate si stavano comportando come una carogna di pecora nello stomaco di un grifone. Non che io dovessi volare, dopo che lei mi aveva lasciato c’era poco da volare, ma sentivo una zavorra che mi ancorava alla sedia.
In più, al tipo che mi aveva invitato nella sua cantina, gli era venuta la sbronza triste. Continuava a ripetere che la vita è uno schifo e che l’unica donna onesta sulla faccia della terra era sua madre. Poi, come se stesse per chiedere un favore, invocava il perdono dei santi Cosimo e Damiano. Per tutto il tempo aveva parlato solo lui, io ero riuscito a vincere solo una breve discussione quando avevo detto che anche un rigore negato alla tua squadra può farti odiare il mondo. Non ne potevo più di quella lagna depressa impastata di vino.
A un certo punto cominciai a guardarlo con un tale disgusto che mi imposi di alzarmi per andarmene. Mi appoggiai al caminetto e con un po’ di sforzo mi misi in piedi.
“Ancora un bicchiere, abbiamo ancora tante cose da raccontarci”, mi disse, strascicando così tanto l’ultima parola che in principio mi sembrò "ravontaji".
Gli inventai la scusa che dovevo andare a lavorare.
“Grazie di tutto, sei una persona che merita di più… le patate erano davvero squisite”.

Fuori c’era la luce dell’alba che cominciava a rischiarare il pezzo di cielo dietro il monte Farasi. La luna non c’era più, la cercai in tutte le direzioni e arrivai a concludere che pazienza, era tramontata.
Faceva ancora un freddo becco. Per arrivare a casa dovevo fare un paio di chilometri e con quel carico di patata in pancia non potevo certo mettermi a correre. Così me la presi con calma, camminando piano e massaggiandomi ogni tanto all’altezza degli addominali per non farmi venire una congestione. Poi, visto che non avevo altre soluzioni, presi il lato positivo della cosa: quando arrivo, la sbornia mi sarà passata e mia madre, che sarà già sveglia, non mi vedrà in questo stato. Un altro aspetto utile era che potevo osservare per bene la città senza che nessun fesso potesse distrarmi.
A parte l’alba, c’erano un sacco di belle robe da vedere. Nel prato di Piazza Garibaldi, per esempio, osservai l’erba. Era lattiginosa e irrigidita dal ghiaccio, sembrava morta. Eppure, pensai, fra poco si risveglia e ridiventa l’erba di sempre, verde e morbida. La paragonai a me.
Più avanti vidi una pozzanghera gelata che luccicava come uno specchio, ma in quel caso preferii pensare che sarebbe rimasta per sempre così.
Lei mi tornò in testa almeno quattro volte. In una di queste, all’altezza di Via Eleonora d’Arborea, considerai l’idea di scriverle una lettera. Potevo raccontarle dell’erba bianca che si rianima. O di come sia strano vedere il respiro che ti precede nella strada.
Quando arrivai a casa, davanti al portone, mi resi subito conto che di lettere non ne sapevo più scrivere.
Girai la chiave con la nausea che mi arrivava fino alle orecchie.

“Ti sembra questa l’ora di tornare?”
“Se in questa casa non sono gradito, posso anche andarmene per sempre”.
“Buffone, buffone”.
Come avevo previsto mia madre era sveglia. Sfaccendava in cucina, in un fracasso di stoviglie che trapanava il cervello. Pertanto non mi fermai neanche a farmi un caffè, non avevo nessuna intenzione di continuare quella discussione pietosa.
“Almeno cambiati quei pantaloni!” mi urlò, mentre me la svignavo nella mia camera.
In effetti i jeans era proprio sozzi, ma erano gli unici che mi piacessero, gli unici che mi davano una certa sicurezza. Non le risposi. Mi chiusi a chiave e mi stesi sul letto, senza spogliarmi. Tanto non volevo dormire, avevo la fissa che dovevo scrivere una lettera d’amore e prima o poi le parole giuste sarebbero arrivate. Da quella posizione, con tre cuscini sotto la testa, potevo guardare attraverso la finestra l’albero del giardino. Mi concentrai sui rami scheletrici e li pregai di darmi l’ispirazione. L’immagine del fiato che si condensa e dell’erba stecchita non mi piacevano più e poi non erano cose da mettere in una lettera, lei avrebbe potuto pensare che mi stavo rammollendo.
Scartai anche l’immagine della luna patata e continuai a fissare i rami. L’unica cosa che mi rimandavano era un ricordo di lei che mi faceva il solletico sotto i piedi e un campo di carciofi nella piana del Campidano. Niente, non mi veniva niente, forse l’unica soluzione era chiamare Polanca.
Mentre ragionavo su questa possibilità, la mamma bussò alla porta: “Vuoi il caffellatte?”
“No, ho già fatto colazione”.
“Ti stai toccando?”
“Mamma ho trent’anni!”
“Ci si tocca anche a cinquanta, voi uomini non smettete mai di toccarvi, e tu non sei certo meglio di tuo padre”.
Aspettai che trascinasse le sue stupide ciabatte fino alla cucina, poi afferrai il telefono e chiamai. Polanca non mi ripose subito e allora gli mandai un messaggio: E’ urgente, l’amore è una patata, dobbiamo parlare.
Quando più tardi richiamò, esordì dicendomi che avevo ragione in fatto di ortaggi. “E’ così”, mi disse, “ finalmente hai capito quello che devi fare”.
“Polà, io non ho capito proprio una mazza, ti sto chiamando per chiederti aiuto”.
“Veramente ti ho chiamato io”.
“Tu hai solo richiamato”.
“Va bene, qual è il problema?”
“Devo scrivere una lettera d’amore e non mi vengono le parole”.
“Una lettera d’amore? A chi?”
“A lei, non riesco a levarmela dalla testa, mi compare ogni trenta secondi. E stanotte mi sono pure ubriacato dopo aver guardato la luna”.
“Sei una mezza calzetta”.
“Non ci posso far nulla, mi sovrasta la nostalgia”.
Polanca per un po’ rimase zitto come una lumaca. Poi, con decisione, quasi avesse trovato la soluzione a tutti i miei problemi, mi disse: “Scrivi distrattamente”.
“Mi vengono cazzate anche se mi concentro, figurati se mi metto a pensare ad altro”.
“Ma no, intendevo la parola distrattamente. Scrivi distrattamente e basta. Poi gliela spedisci”.
“Ma che senso ha?”
“Se lei conosce la canzone napoletana, capirà. Se non capirà, è meglio che tu te la dimentichi”.
Per la milionesima volta pensai che Polanca aveva una soluzione in tasca per ogni problema, come Doraemon il gatto spaziale, non so se vi ricordate. Forse anche Polanca era venuto dal futuro e io non me ne ero mai accorto.
Confortato, mi misi a cantare. Stive ‘mmiez’a tre o quattro sciantose…
Piano, non volevo farmi sentire da mia madre. Ripetevo solo le parole che ricordavo. Ogni tanto cantavo “accussì” e subito dopo dicevo “distrattamente pienz’a mme”. Quest’ultima cosa la ripetevo anche tre o quattro volte, in un crescendo di partecipazione che ricordava i migliori interpreti della canzone italiana. Arrivai vicinissimo alla commozione. Anche se non avevo mai studiato il metodo Stanislavskij, per un momento mi sembrò di aver raggiunto la completa immedesimazione con una superba lettura del sottotesto. L’idea che la mia fidanzata potesse pensare a me mentre si fonava i capelli o mentre davanti allo specchio si schiacciava i punti neri mi faceva venire le farfalline nella pancia. Pieeeenzaaammee.
Allora, camminando sulle punte, mi avvicinavo a lei e la stringevo da dietro. Le sollevavo una ciocca di capelli e la baciavo sul collo. “Mi pensi così intensamente che mi teletrasporti” le dicevo. E lei, voltandosi, mi guardava negli occhi con quello sguardo languido che mi faceva impazzire.
Chiudevo gli occhi e per qualche secondo mi perdevo in una specie di levitazione.

L’urlo di mia madre mi fece ricadere sul letto di soprassalto: “Se proprio devi cantare, fallo mentre metti un po’ d’ordine in quella stanza!”
Non le risposi neanche stavolta. Pensai che c’era poco da fare, mia madre non aveva un’anima.
Forse non l’aveva mai avuta o forse mio padre gliel’aveva seccata in tutti quegli anni di matrimonio. Il punto era che mio padre vendeva diserbanti e per lui tutto ciò che non era utile diventava automaticamente una pericolosa erba infestante. “Dogatiche cussa graminza”. Levati quell’erbaccia: lo ripeteva infinite volte, soprattutto mentre mia madre stava guardando un film romantico.
Nelle ore successive cercai di dormire. Non ci riuscii, il pensiero dei miei genitori appassiti mi teneva sulla corda.
Un odore di ragù cominciò ad arrivare lentamente dalla cucina e a infilarsi sotto la porta. Forse stavo cominciando a digerire le patate, ma assieme alle farfalline sentivo ora le radici filiformi della gramigna che si diramavano per tutto lo stomaco.
Dopo un altro paio di tentativi andati a vuoto, mi alzai e scrissi la lettera. La infilai in una busta e ci spruzzai sopra un po’ di profumo. Poi raggiunsi mia madre.
Non la salutai.
“Si può sapere che hai” mi chiese con una voce isterica.
“Un po’ di gramigna” risposi, tastandomi il petto.
“Levatela!”
Lo disse in un modo asciutto, stavolta. E mentre si girava per mettere il sale nell’acqua della pasta, mi sembrò che le sue spalle si muovessero in maniera strana, a piccoli scatti, come se stesse piangendo. Ma poteva anche essere che stava ridendo.

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