febbraio 9, 2006

 

Tia Franzisca

Gli succedeva, da qualche tempo, di andare a dormire più tardi del solito. Non c’era una ragione precisa e, se c’era, lui non riusciva a spiegarsela.
Per tutta la vita, fin da quando era ragazzo, Antonio Bandinu aveva sentito il richiamo irresistibile del sonno intorno alla mezzanotte, come un dispositivo a tempo che scollegava il suo cervello dalle fatiche o dai piaceri della realtà e che in pochi minuti lo mandava nei luoghi dell’inconscio. Qualche volta aveva maledetto quel torpore che bruscamente s’impadroniva di lui, compromettendo il lieto finale di una festa o la prosecuzione di una discussione interessante fra amici. Ma generalmente aveva sempre ringraziato il cielo per quella sana abitudine che a una certa ora lo liberava dalle preoccupazioni della vita.
Ora, invece, non era più così. Sempre più spesso, andava a letto con un peso che gli gravava sulla coscienza, qualcosa di indecifrabile che continuava a ruminargli nella testa. Non erano veri e propri pensieri, quanto piuttosto una specie di riverbero, un barbaglio che gli restava  inspiegabilmente appeso. Come se del film della giornata appena trascorsa gli rimanesse appiccicato un eterno scorrere dei titoli di coda, invece che la scena cruciale.

Fu in una di queste notti che spense la luce e chiuse gli occhi. Sapeva che prima o poi, anche in mancanza di sonno, un personaggio sarebbe comparso a fargli compagnia in quel fastidioso stato di dormiveglia.
E, infatti, arrivò.

Tia Franzisca Pantama giunse dentro la stanza di Antonio Bandinu, quando da poco erano passate le due. Avvolta da uno scialle nero, con i piedi scalzi e le mani coperte da guanti di lana, apparve nel buio, preceduta da un ombrello scintillante che teneva aperto sopra la testa. Era minuscola e luminosa come una jana, una di quelle fate che avevano popolato la sua infanzia.

– No, chiudete quell’ombrello, tia Franzì, porta male!

Tia Franzisca non rispose. Sopra di lei ronzavano decine di mosche maghedde, quegli orribili e giganteschi insetti dalla testa di pecora, con un occhio solo e un pungiglione velenoso sulla coda.
Camminando lentamente, cominciò a girare in cerchio, lungo il perimetro della camera da letto. Aveva uno sguardo triste e un’ espressione quasi di rimprovero.
– Cosa c’è, tia Franzì, perché mi guardate così? Non vi ricordate di tutte le volte che sono venuto a casa vostra a tenervi compagnia? Di tutte le volte che sono andato a farvi la spesa o che vi ho scritto in un biglietto la lista delle cose che vi servivano? E non rammentate più quando per i "morti" mi facevate dono di un melograno e di un po’ di castagne per il “bene” di vostro marito, che in cielo sia. O di quando a settembre vi portavo i fichi che tanto vi piacevano?

A quelle parole le mosche maghedde cominciarono a volare in modo più confuso e a produrre un suono ancora più spaventoso.
Per Antonio Bandinu fu facile capire. In quell’istante si ricordò che solo lui, in tutto il paese, era stato a conoscenza del segreto di Franzisca Pantama. E che quel segreto l’aveva scoperto proprio mentre raccoglieva i fichi dall’albero grande, quello del suo cortile di casa, quel monumento alla felicità dell’infanzia.
Vi si arrampicava sempre, Antonio bambino, soprattutto nelle giornate estive, quando nella controra non si poteva circolare per le strade, ché la “Mama del sole” o “Maria Farranca” potevano arrivare all’improvviso e ghermirti, per portarti con loro nel regno dei mostri.
Lì, sui rami di quell’albero, aveva dato dimora alle sue fantasie, leggendo i libri di Verne e immaginando le nature selvagge di Salgari. All’ombra delle larghe foglie aveva coltivato il piacere delle sue prime solitudini, aveva scoperto la sorpresa dei primi amori, aveva enumerato alle coccinelle i suoi desideri più forti. “Pipiola pipiola bae e bola…portami un pallone, le scarpette da calcio, un bacio di Antonella…
un aneddu ‘e isposae pipiola bola e bae”.
Sempre da lassù, dominando dall’alto, aveva potuto osservare quel che accadeva negli orti dei vicini. Aveva visto Birai Mura baciare la sua giovane amante, Giuseppe Furesi nascondere una vecchia pistola fra le pietre di un muretto a secco; aveva osservato a lungo il lavoro di Salvatore Verrina che sotto una pergola trasformava pezzi di corno in  perfetti manici di coltelli a serramanico.
E un pomeriggio, mentre staccava i primi frutti verdastri, non ancora del tutto maturi, aveva visto Franzisca Pantama parlare con le anime dei morti.
La prima volta non aveva voluto credere ai suoi occhi, aveva pensato a un’allucinazione provocata dalla calura, uno di quei miraggi di cui erano vittima i personaggi dei suoi fumetti, quando si perdevano nel deserto. Ma quando la vide una seconda volta, dopo essersi rinfrescato la testa sotto l’acqua del rubinetto, constatò la verità: non era vero che tia Franzisca era muta, non era vero per niente.
Gli avevano raccontato che la povera donna aveva perso il dono della parola il giorno stesso in cui le comunicarono la notizia della morte del marito, nella prima guerra mondiale, e che da allora non lo aveva più riacquistato. Da allora, nessuno, a Sunis, aveva più sentito la voce di quella vedova inconsolabile. “Afasia permanente da trauma” aveva sentenziato il dottor Mereu, molti anni prima.
Invece non era così. Antonio, quel giorno, scoprì che la donna aveva interrotto le comunicazioni col mondo dei vivi ma che era capace di parlare, e parlare a lungo, con il mondo dei più.

Se ne stava china sulla vasca di cemento, quella del cortiletto dove faceva il bucato, e specchiandosi nella superficie dell’acqua limpida, annuiva o faceva segni di diniego con la testa, come se stesse ascoltando attentamente le raccomandazioni di un altro. Poi cominciava a parlare.
Parlava soprattutto col marito, “eja Antò, già faco gasi comente naras tue”. Lo rassicurava continuamente sul proprio stato di salute, sulla sua fedeltà, sul pagamento dell’affitto da parte di un mezzadro al quale aveva dovuto affittare un appezzamento di terreno. Oppure gli raccontava degli ultimi accadimenti del paese, di quanti erano passati a miglior vita, di chi si era sposato, del tempo che faceva e di quanta legna aveva dovuto comprare per l’inverno a venire.
Qualche volta dialogava anche con la sorella Angelina e con lei la conversazione si faceva più tenera. In quel caso era sempre lei a dare buoni consigli: non affaticarti, dimmi di cosa hai bisogno, ses sempre bella che sole.
Talvolta, poteva capitare che si rivolgesse anche a un bambino, forse un figlio morto in tenerissima età, e allora tia Franzisca si avvicinava ancora di più al pelo dell’acqua e vi lasciava cadere qualche lacrima.
Antonio, dopo la sorpresa iniziale, aveva cominciato ad appassionarsi a quegli insoliti incontri della donna. Dal suo nascondiglio aveva potuto osservare quegli appuntamenti pomeridiani che Franzisca stabiliva con le anime e aveva potuto sentire anche i bellissimi monologhi a cui la vicina, di tanto in tanto, si lasciava andare. Grazie ad essa aveva potuto apprendere pezzi importanti della storia di Sunis, soprattutto di quella storia lontana che nessuno gli aveva mai raccontato. Aveva messo insieme frammenti di avventure, narrazioni di oscure vicende, piccoli stralci di vite passate. E, con l’aiuto della fantasia, aveva ricostruito, anche se in modo confuso, il piccolo mondo antico del suo paese. E quel mondo gli era sembrato altrettanto appassionante delle storie di Capitano Nemo.
Naturalmente si era guardato bene dal farne parola con qualcuno. La mappa di quel tesoro era tutta sua e per niente al mondo l’avrebbe condivisa. Allo stesso modo, anche con tia Franzisca aveva continuato a comportarsi come se niente fosse accaduto. Andava a trovarla quasi ogni giorno, per farle le commissioni e beccarsi s’istrina -le piccole mance che la vecchia non mancava mai di mettergli nel pugno- ma per mesi non accennò minimamente alla sua scoperta e continuò a far finta che lei fosse davvero muta.
Finché un sabato mattina, mentre restituiva il resto della spesa appena fatta e calcolava quanto avrebbe incassato di mancia -anche in virtù del piatto di fichi che le aveva portato- gli sfuggì dalle labbra una domanda che non avrebbe voluto mai fare:
– Ma vostro figlio vi risponde, tia Franzì, quando gli parlate nella vasca?

La vedova si irrigidì. Guardò Antonio con un’espressione di meraviglia, emise un piccolo gemito e accompagnò il bambino alla porta.

Da quel giorno non l’aveva più vista. Aveva saputo che per qualche tempo era stata la figlia di una sua nipote a prendersi cura di lei. Lui non era più riuscito a mettere piede in casa di quella nonna adottiva. E da quel maledetto sabato Franzisca Pantama aveva smesso di parlare con l’acqua e con i morti.
Dopo un mese, la donna morì. Di solitudine, dissero in paese.
Sull’albero di fichi, Antonio pianse in silenzio, senza farsi vedere da nessuno, guardando in direzione del lavatoio.

– Chiudete quell’ombrello, tia Franzì, porta male. Fermatevi ora, vi prego.

Si fermò, e lo guardò con occhi ancora più tristi. Le mosche continuavano a mulinare.

– Dormi ora, dormi. Devi dormire –  sussurrò, con quella voce che solo Antonio poteva ricordare.
Disse solo così, poi sparì nel nulla, lasciando nella stanza una breve scia luminosa.

Qualche ora più tardi Antonio Bandinu fu svegliato da un brivido di freddo. Cercò di allungare un braccio per tirarsi su le coperte ma si accorse che non poteva muoversi.
Quando aprì gli occhi vide sopra di lui una massa d’acqua, limpida e calma. Così trasparente che in lontananza poteva vedere il cielo.
Gli parve il cielo di Sunis.
E stava bene.