gennaio 27, 2011

“Mai dolo!”
Illusa, finge, sottosegretaria.

L’aroma di droga ballava:
i viagra,
l’Arem a cavaliere.
Apoteosi rare,
"beata" e sua notte,
molle, da re.
E libido galattica la sera:
latini e rapaci,
maci, fica, passere.
Pago la mona!
Eran re vogliosi, re di satrapi.
Si parta, sì
deriso il governare,
anomalo gap.
E’ ressa pacifica?
Mica pare, in itala resa.
La città, lago di bile,
era dell’ometto nauseata
e B. era riso e topa.

E rei lava Camera larga,
ivi avalla
bagordi da Mora,
là, ira terge, sotto segni fasulli.
O, lodiam!

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gennaio 21, 2011

E così Polanca ci ha convocato per stasera. “Per importanti comunicazioni” ha scritto.  Stamattina presto, prima di recarsi al suo ennesimo colloquio di lavoro, ha lasciato in bella mostra un finto telegramma. La carta sembrava quella di una volta, giallina, e anche per come l’aveva ritagliata si capiva che ci aveva messo un certo impegno.
“Alle ore 19 riunione di noi tre stop Per importanti comunicazioni stop Qui in cucina stop”.
 
“Che vorrà dire?” mi chiede Bulgaria, mentre facciamo colazione.
“Non saprei, magari questa volta lo assumono”.
“Ma figurati, farà come sempre, dopo due minuti manderà affanculo tutti”.
“Dici che parlerà di nuovo del plusvalore e del fallimento del capitalismo?”
“Sicuro”.
“Allora, chissà, forse ha trovato una fidanzata”.
“Sì, e io gioco a basket nella Nba”.
Cade il silenzio. Rimaniamo così, tutti e due con una faccia che sembra disegnata  dalla curiosità.  Bulgaria riprende in mano il telegramma. Lo riapre e lo ripiega più volte, come se stesse studiando un sottotesto. Mi sembra di scorgere in lui un accesso di tenerezza, ma forse ha sempre avuto quell’unica espressione, quegli occhi un po’ bovini.
“Senti, io lo chiamo” mi fa, alzandosi di scatto.
“Non ora, magari è sotto esame”.
“Se è così, saprà come cavarsela”.
E infatti, poco dopo, dal vivavoce sento Polanca che dice: “Sì, buongiorno direttore, l’articolo sul Taylorismo e i processi produttivi è pronto, glielo mando stasera…grazie a lei… a risentirci”.  Bulgaria dice solo “arrivederci”, poi la comunicazione si chiude.
“Che ti avevo detto, è davanti a qualche capo del personale”.
“Vabbè, fra un po’ lo richiamo”.
Invece, non sono passati neanche venti minuti, richiama lui: “Arrivo fra un’ora, la riunione è anticipata per l’ora di pranzo”.

Quando entra in cucina è tutto serio. Si leva il cappotto, sotto ha l’abito di velluto e una mia cravatta presa in prestito.
“Come è andata?”
“Un altro imbecille, il mondo è pieno di imbecilli che pensano di avere a che fare solo con imbecilli”.
“Quindi niente?”
“Niente. Fumerò di meno”.
Poi si siede e ci guarda, prima l’uno e poi l’altro, come un arbitro che guarda i capitani prima di lanciare la monetina.
“Vi devo briffare”
“Eh?” fa Bulgaria, arricciando il naso e con una voce stridula.
“Bulgarì, ma dove vivi? Ma li leggi i giornali? To brief, una riunione veloce per illustrare un progetto. Eppure questi giorni è stato usato spesso”.
“Ecco, bravo, è proprio di questo che devo parlarvi, di un progetto”.
Apre una cartella che aveva poggiato sul tavolo e tira fuori un po’ di carte. “Un progetto di lavoro che riguarderà noi tre. Se Maometto non va dalla montagna, la montagna verrà da noi. Ho fatto anche dei biglietti da visita. Intanto cominciate a dare uno sguardo alle stampe che ho lasciato in giro per la città”.
Io non credo ai miei occhi. Munga Munga. C’è scritto proprio così, in grassetto, in cima al foglio.
E sotto: “ Pastori, non servi. Manodopera specializzata per mungiture ad alta professionalità. Anche ad ore. Intercettateci”.
Sotto ancora, un numero di telefono.
“Ma porca vacca, questo è il mio cellulare!” esplode Bulgaria, quando realizza che il numero è proprio il suo. “Tu sei pazzo”.
“Sei quello che parla meglio il sardo, Bulgarì. E hai pure le physique du role, sei il più credibile”.
“Ha ragione Polanca, sei  il più basso". " Mi sembra un’ottima idea” aggiungo, cercando di essere convincente.
Bulgaria si alza e ci manda da qualche parte, imprecando nel dialetto incomprensibile del suo paese.
Poi continua dall’altra stanza, noi lo sentiamo appena.
Finché il suo telefono non comincia a squillare.
“Pronto. Sì, siamo noi”.

"Cinquecento pecore? Allora ci dovete dare anche una farfallina".

 
 
 

gennaio 11, 2011

Andava lì perché era lì che riusciva a piangere. In mezzo alle querce, sul finire dell’autunno. Quando i colori si moltiplicavano e la terra si riparava dal freddo con una coltre di foglie secche. Quando le ghiande cadute cominciavano a germogliare vicino al santuario, prima dei nuraghi.
Aveva scoperto quel posto molti anni prima, un giorno che andava per funghi e aveva perso l’orientamento. Dopo aver cercato per ore la strada del ritorno, era quasi impazzito perché ogni tentativo l’aveva riportato sempre nello stesso punto, come se quella radura fosse diventata un labirinto disegnato dal demonio. Alla fine, sfinito, si era seduto sotto un albero ad aspettare. Aspettare che qualcuno venisse a cercarlo. Oppure la notte, con le stelle per orientarsi. O un cane dei pascoli vicini, il rumore di un motore, una Jana di quelle buone che avessero voglia di giocare e di aiutarlo. Invece, dopo poche ore, il cielo era diventato di pece e l’unico segno di vita era stato un uccello notturno che cantava in lontananza.
Quella notte il giovane Antonio Bandinu, quando si addormentò, sognò Dio. O forse lo vide nel dormiveglia, nell’oscurità che sembrava impenetrabile ma che a un tratto, dopo averla fissata a lungo, gli era parsa meno spaventosa. E anche la civetta aveva smesso di fargli paura.
Dio era un vecchio con un pastrano marrone, il viso deformato dagli anni e le mani scarnificate fino alle ossa. Ai piedi portava un paio di scarpe con la tomaia quasi completamente staccata dalla suola, tanto che entrambi gli alluci ne spuntavano fuori ad ogni passo. All’inizio, dalla sua posizione supina, Antonio Bandinu vide solo quelli. Due testoline chiare che si affacciavano e si nascondevano, alternandosi come in un gioco di bambini, un teatrino delle marionette.
“Chi è? “Non lo so, sembra uno che dorme”.
Gli sembrò di sentire un dialogo, una voce acuta e una molto bassa. E pensò che fossero le dita dell’uomo. Poi, quando gli venne più vicino, si accorse che a parlare in quello strano modo era proprio il vecchio. Era lui che faceva le vocine.  Allora si mise seduto e sollevò lo sguardo. “Chi siete?” chiese, con la voce impastata di sonno e stropicciandosi gli occhi con le nocche infreddolite,  “avete il gregge qui vicino?" Mi potete aiutare?
Il vecchio non rispose subito. Si chinò lentamente e dopo aver spostato un po’ di foglie secche staccò alcuni fili d’erba. Li annusò e li lanciò in aria, come uno che volesse valutare la direzione del vento. Poi si sedette anche lui vicino all’albero, rimanendo ancora per qualche secondo in silenzio.
“La strada è facile, è qui”. Con la punta di un indice indicò il polpastrello dell’altro.
Antonio Bandinu lo guardò con sorpresa. Ancora non sapeva se stava sognando.
Il vecchio, prima che il ragazzo potesse chiedere qualcosa, disse: “Fai come faccio io e quando il sole sarà alto sarai a casa tua”.
Si alzò di nuovo sulle gambe malferme e fece pochi passi, sparendo per alcuni secondi dalla vista del ragazzo. Quando riapparve, aveva in mano due rametti di cardo. Ne tenne uno per sé, l’altro lo porse ad Antonio: “Fai come faccio io”. Con la lingua umettò il polpastrello dell’indice e poi, dopo averci soffiato leggermente, se lo punse con una spina del cardo. La goccia di sangue che venne fuori formò una pallina in perfetto equilibrio. Il vecchio la schiacciò col pollice e cominciò a guardare la macchia rossa che si era formata. Avvicinò ancora di più il dito ad un occhio, fino a farlo arrivare vicinissimo alla cornea. “Fai come faccio io”, disse di nuovo con una voce ancora più bassa. Poi tacque.  Ora Antonio sentiva solo il respiro affannoso.
Gli ci volle un bel po’ per trovare il coraggio, ma alla fine riuscì a ripetere con precisione tutta la sequenza dei gesti che il vecchio gli aveva mostrato. Quando la spina di cardo penetrò nel suo dito, strinse i denti e riuscì a trattenere il lamento.
E guardò, anche lui, il centro del polpastrello.
C’era una mattina di febbraio, in una città sconosciuta. Piovigginava. Lui era più grande di qualche anno. Se ne stava seduto su una panchina riparata, in solitudine. Guardava i suoi compagni di scuola che si divertivano, sull’altro lato della piazza, a giocare a calcio con una palla di carta. Lo chiamavano, ogni tanto, vieni. 

dicembre 25, 2010

ma non c'è, non c'è,
non c'è il muschio di Badde 'e iscova e i pastori sulla neve di farina e il fiume di stagnola e una stella di cartone.
Non c'è il tavolo lungo ricoperto di ravioli, la radio che dice, la maglia di lana, i guanti forse una sciarpa.
Non c'è, non c'è "missa 'e puddos", che a me non mi portavano e allora immaginavo
i galli che pregavano, venite adoremus e un chicchiricchì.
Non c'è "stare svegli", ancora un po', sotto il peso di cinque coperte,  il buio e l'attesa amici finalmente
Non c'è la fila delle scarpe lucidate, in un angolo, per domani.
Non c'è Il silenzio , come se ci fosse una nebbia o la neve che invece non c'è, non ci sarà. L'ultimo rumore, prima del sonno, mio padre che sistema la legna vicino al fuoco per farla asciugare. Un pensiero  corre via, e poi un altro che lo insegue e poi di nuovo il primo, prima del sonno, il gioco dei pensieri.
Forse la sciarpa, forse un maglione. Un gioco no, non importa.
E la cornamusa del pastore, la lavandaia, il falegname al freddo.
In tutto quel verde spruzzato di bianco, nel presepio che sembra il paese. Più piccolo, più grande. Non c'è.

agosto 9, 2010

Intro ‘e s’ortaedie kene accabu, cando su sole de Austu lu idias in s’impedradu, in undas chi parian su giornalinu, in su mudiore unu fruffurarzu chi no bi la faghiat a lassare su palattu e mancu su pensamentu resessiat a che lu faghet bolare. Prus a innedda una pitzinna chi cantaiat su chelu pintau, no la idias ma la pensais trista. Ti ch’andias, tando, cun su cadhittu nou, sa maniga de iscova cun origras de cartone e faghias ses inghirios in sa creja, tres a un’ala e tres a s’attera, ca su Santu cheriat gai. A pustis lu faghias fuere, lascande sa briglia e abbaidende a costazu su cumpanzu ‘e pariglia, umpare in s’ardia – ca gai cheriat su Santu- fintzas a subra ‘e sa pigada, inue finiat sa idda.
Tando ti pariat chi duas nues biancas ti pesaiant in bolu. E accurz’a tie, in sa carrela ‘e tuccaru non b’aiat pius nisciunu, idias solu su riu dae supra e pregontìas a su cadhu si cheriat buffade.
Emmo, podimos giampare, no est attesu su mare e si mantenes passu onu bi lompimos innantis chi iscurighet. Su Santu naraiat a bi proare.
Dae artu ispuntones birdes e cuadrados trotos sinzos de camineras, unu cadhu che su meu sutta ‘e un arvure in s’umbra, un astorittu appicau a s’aghera jocande, codhaentu li narant, ei s’abba ‘e su riu falande in rocca iscura su muidu che l’intendes. A de segus de su monte l’ischias lu intendias su mare comente una campura. Una tanca biaita, su matessi biaitu chi aias fatu su manzanu, in su quadernu, in s’asiu de sos compitos de istiu. Guasi biata cota, comente sa cantone ‘e sa pitzinna, e chie l’ischit si su Santu l’ada a biede. Aiat mortu su dragone ma forzis su mare no l’aiat bidu mai. Mai de goi, commente a commo.

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Dentro i pomeriggi eterni, quando il sole d’agosto lo vedevi uscire dalle pietre in piccole onde che sembravano un fumetto, nel silenzio c’era solo un passero che non trovava il coraggio di lasciare il cornicione e neppure il tuo pensiero riusciva a farlo volare. Poco più in là una ragazza che cantava il blù dipinto, non la vedevi ma la pensavi triste. Te ne andavi, allora, col tuo cavallo nuovo, il manico di scopa e le orecchie di cartone e facevi piano sei giri intorno alla chiesa, tre in un senso e tre nell’altro, il Santo voleva così. Poi lo lasciavi galoppare, allentando la briglia e guardando di lato il tuo compagno di pariglia, allineati nella corsa- che così voleva il Santo- fino al termine della salita, dove il paese finiva. Allora ti sembrava che due nuvole bianche ti spingessero in alto. E al tuo fianco, su quella strada di zucchero non c’era più nessuno, vedevi solo il fiume da lassù e chiedevi al cavallo se voleva andare ad abbeverarsi un po’. Sì, possiamo guadare e non molto lontano c’è il mare, se manterrai un buon passo poco prima del tramonto saremo lì. Il Santo ci diceva di provare.
Dall’alto punti verdi e quadrati storti, ghirigori di sentieri, un cavallo come il mio sotto un albero all’ombra, un falco sospeso che gioca -che fa l’amore col vento, dicono- l’acqua del fiume fra le rocce scure il rumore che ti arriva.
E dietro il monte lo sapevi lo sentivi, il mare come un campo.
Un campo azzurro, lo stesso azzurro che avevi colorato la mattina, sul quaderno da disegno, nella noia di un compito da fare per l’estate. Quasi blù, come il canto di ragazza, chissà se anche il Santo lo vedeva. Aveva ucciso un drago ma forse il mare non l’aveva mai visto, mai visto così.

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agosto 6, 2010

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“Sì, c’è proprio un rospo” disse l’uomo, quando ebbe finito di svuotare il sifone.
“Un che?”
“Un rospo”.
“Non dica sciocchezze, i rospi non si infilano nei lavandini”.
“Ce l’avrà messo qualcuno, magari uno dei suoi nipotini…”
“Non ho nipoti”.
“Un vicino, allora”.
“Non ho vicini”.
“Forse l’aveva nascosto in una tasca. A volte i vicini sono dispettosi”.
“Lei è pazzo”.

La signora Elvira stava perdendo la pazienza. Si vedeva dal tic alla spalla sinistra che aveva cominciato a muoversi a scatti. In più, le rughe sulla fronte sembrarono all’improvviso più profonde. “Scempiaggini!”, aggiunse.
Era ancora molto elegante e dai lineamenti si poteva intuire che era stata una gran bella donna, ricca di fascino e di sostanze, a giudicare dalla casa lussuosa nella quale viveva. Aveva decine di mobili in stile Luigi Filippo. Ma questa notazione non è di grande utilità, non so neppure perché mi è venuta in testa. Quel che conta è che la signora Elvira stava perdendo la calma.

A quel punto Reginaldo da Costa picchiettò con la chiave inglese sulla parte in metallo della tubatura, poco sopra la sezione di plastica chiamata “a bicchiere”. Poi si chinò nuovamente e scrutò con grande attenzione. “E’ così come le dico, signora, riesco a vederne una zampa”.
“Senta, rimetta tutto a posto e se ne vada. Le pagherò comunque il disturbo”.
“Perché? Lei stessa, quando ha chiamato, ha detto che i rospi stavano tappando i tubi”.
“Groppi! Io ho parlato di groppi!”
“Groppi? Non ho mai sentito nessuno parlare così”.
“Un groppo, un viluppo, un groviglio di capelli. Le è chiaro adesso?”
“No signora, i suoi capelli sono bianchi, questo gro…questo coso è nero”.

E’ arrivato il momento di dire che Reginaldo da Costa non era un vero e proprio idraulico. L’idraulico era il cognato, Filippo Bianchini, quello scritto in grassetto dentro un riquadro a pagina 45 delle pagine gialle. Lui dava una mano nei fine settimana, per arrotondare lo stipendio da muratore. Tuttavia, pur non essendo esperto, nel suo lavoro si comportava da vero signore. Prima e durante ogni intervento si prodigava in spiegazioni dettagliate sull’entità del guasto e sulle possibili cause.
“Quando finisce il letargo, vanno dove c’è l’acqua. In primavera si accoppiano proprio vicino all’acqua. Lì i maschi si aggrappano alle ascelle delle femmine, si chiama amplesso ascellare. A volte i maschi sono così tanti che la femmina muore soffocata”.
“I rospi non si riproducono dentro i lavandini” disse a denti stretti la signora Elvira, mentre la sua spalla andava su e giù.
“Ma infatti questo non stava facendo l’amore. E’ solo. Questo ce l’ha messo qualcuno per farle un dispetto. Potremmo farlo uscire attirandolo con delle lumache. Ha delle lumache in casa? ”.
“Mi ascolti bene: io ora vado a farmi un caffè in cucina, se al mio ritorno non avrà messo tutto a posto le farò passare un brutto guaio”.
Reginaldo da Costa si voltò di scatto ma la signora era già sparita. Rimase per qualche secondo come una scultura di gesso, con la bocca aperta e gli occhi spalancati in un’espressione stramba, un misto di sorpresa e delusione. Avrebbe voluto parlare delle verruche e di quanti rospi muoiono schiacciati dalle macchine. Invece restò così, come in una foto scattata a tradimento.
Quando si riprese, si piegò nuovamente di lato e ricominciò a guardare fra le anse dei tubi. E dentro quel buio ripensò all’amplesso ascellare.
Vide Mercedes, le sue ascelle depilate, le curve così misteriosamente sensuali. Il cuore cominciò a battergli forte, a martellare nelle tempie. Poi lo sentì nella pancia. Perciò, per non fare brutta figura, si fece precipitare in uno stato di malinconia: “Non riuscirò a conquistarla, è troppo bella per me”.
Quel pensiero si portò dietro anche un accesso di tenerezza verso il mondo animale. Allora prese uno dei suoi strumenti di lavoro, uno spazzolino da denti dotato di prolunga, e cercò di liberare il rospo. Agì con delicatezza, attento a non ferirlo, e una volta sicuro di averlo afferrato lo tirò a sé.
Era proprio un melmoso groviglio di capelli. Mentre lo osservava, incredulo, sentì che la caffettiera stava cominciando a gorgogliare. In tutta fretta buttò la palla nel wc e tirò lo sciacquone. Poi, appoggiando le mani a terra, in una posizione che ricordava quella di un anfibio, cercò di imitare il verso di un rospo : groac e uaar. Provò in diversi modi, gonfiando il collo più che poteva.
“Che fa?” urlò dalla cucina la signora Elvira senza ottenere risposta.
“Si può sapere che fa in quella posizione?” replicò, entrando nel bagno.
“Oh, niente, stavo raccogliendo l’acqua finita sul pavimento”.
“Bene, mi dica quanto le devo”.
“Dieci euro. Il guasto è riparato e il rospo è ancora vivo, l’ho liberato nel suo giardino, qui dalla finestra”.
La vecchia lo guardò sbigottita e strinse le sue labbra bluastre. Senza aggiungere altro, Reginaldo si alzò in piedi e cominciò a scalpicciare.
La parola “scalpicciare” nell’economia di questa storia è quasi inutile. Sarete però concordi nell’ammettere che produce davvero un bel suono.
Comunque l’idraulico disse “rosa da vedere rosa da fuggire”. E improvvisò una danza goffa, una specie di samba tutto sbilenco. Poi si fermò, infilò una mano nella tasca della tuta da lavoro e ne trasse fuori un grosso fiore di plastica con lo stelo di metallo. “Questo è per lei”.
La signora Elvira non trovò le parole per rispondere. E quasi le venne da piangere.

I due non si incontrarono mai più. Forse un giorno, al mercato, lui le passò vicino ma non la riconobbe.


*** da un input di  e.l.e.n.a,   socia in strani affari
.

luglio 27, 2010

Accadde nel bel mezzo del mattino. Ma onde evitare che qualcuno pensi a un episodio sul tram antipomeridiano o, peggio ancora, alla lucente autoblù del direttore di un giornale, sarebbe meglio dire che accadde intorno alle nove e trequarti.
Un passante (e qui il lettore non deve pensare a un pedone qualsiasi, un anonimo pellegrino privo di senso tragico, ma a un uomo che con la sua andatura riempie tutta la scena in una via della città) andava tutto solo, immerso nei suoi pensieri. Sì, perché nei pensieri, che ci crediate o no, ci si può anche immergere e qualche volta, quando sono pensieri molto tristi, ci si può anche bagnare. Di lacrime, per essere chiari.
E infatti il passante piangeva. E le sue lacrime erano classiche: lagrime, per la precisione, di quelle che quando non le trattieni diventano gocciole e a un certo punto sembra che piova sui nostri volti silvani. Anche sulle tamerici, se proprio lo vogliamo dire.
Oscar Dabbagno, così si chiamava lo sconosciuto viandante, quella mattina gocciolava. Un singulto dietro l’altro, il corpo scosso da un fremito continuo, l’ andatura lenta e irregolare, si dirigeva verso la stazione dei treni.
Non aveva incontrato ancora nessuno. Forse perché quel giorno faceva freddo ed era sconveniente uscire, o forse perché era domenica e mancava poco alla messa delle dieci, le strade erano deserte. Oscar, dal canto suo, avrebbe anche lui fatto volentieri a meno di quella triste passeggiata. Anzi, la faceva tanto di malavoglia e con tale amarezza che ogni passo accendeva il suo irrefrenabile pianto.

“Perché?” gridò in quel momento il commendator Chiosini, da un angolo di via Marchionni. Allungò anche un braccio, il vecchio cummenda, tenendo la mano bene aperta, come se volesse prolungare la gittata della sua voce e raggiungere con più enfasi le spalle dello sconosciuto.
Oscar Dabbagno fece altri due passi. Poi si voltò e vide l’uomo che gli aveva urlato l’irreparabile domanda. “Irreparabile”, caro lettore, proprio così, dal momento che una volta pronunciata il commendatore non poteva certo rimangiarsela.
“Perché, cosa?” chiese a sua volta, il passante.
“Perché piange così?”
“Così come?”
“Le sembra questa la maniera di lagnarsi?”
“Che, che… che maniera?”

E sarebbero andati avanti così per un bel po’, a interrogarsi l’un l’altro, se a un certo punto il commendatore non avesse detto:
“Lei ingenera un po’ di confusione. Piange in un modo che visto da dietro non si capisce se stia piangendo o ridendo. Ho dovuto seguirla per un bel pezzo di strada, prima di avere una risposta”.
“Io conosco solo questa maniera” rispose il passante dopo una breve esitazione. Lo disse nello stesso istante in cui le ruote di una carrozza presero a stridere sulle pietre del selciato, a pochi metri da lui. E pronunciò quelle parole con una vena di maggiore tristezza, con una rassegnazione che gli fece chinare il capo.
“Come ha detto?”
“È il solo il modo di piangere che conosca” replicò, sollevando lo sguardo e la voce, “non sono sicuro che ne esistano altri e se anche ci fossero per me è troppo tardi”.
“Certo che esistono!” esclamò il cummenda, avendo ormai raggiunto lo sconosciuto, “ci sono dei modi più chiari, sicuramente più moderni e soprattutto meno melodrammatici. È brutto, molto brutto che lei continui a far sussultar le spalle curve all’impeto dei singhiozzi.
A quelle parole, Oscar Dabbagno si coprì il volto con le mani e ricominciò a fare quel che il commendatore gli aveva appena raccomandato di evitare.
“La prego, non faccia così” disse allora il vecchio, appoggiando una mano consolatoria sulla spalla dello sconosciuto, “vedrà che col tempo e l’esperienza anche lei acquisirà un modo via via nuovo e originale”.
“No, io non potrò. Sto raggiungendo la stazione, parto. E nessuno mi vedrà più, nessuno si occuperà più di me”.
“Non dica corbellerie, tutti abbiamo qualcuno che presto o tardi si imbatte nel nostro dolore. La vita è lunga e le persone che incrociano la nostra via possono essere tante. Tante come le onde che incontra il marinaio, come i fiori sui quali l’ape si posa…”
Gli sembrava, al commendatore, di dover usare il linguaggio più lenitivo per la sofferenza dell’altro. Per questo aveva cominciato a parlare più lentamente, scegliendo le parole e dando alla sua voce un’espressione del tutto calma e rassicurante.
“Ma io devo andare, e non c’è più ritorno” disse, risoluto, il passante, asciugandosi l’ultima lagrima.
“Pensi bene a quello che sta per fare, ritorni sulle sue decisioni”, insistette il vecchio.
“No, non sono io a decidere, la mia volontà non conta nulla”.
Il cummenda, allora, guardò l’uomo aggrottando le sopracciglia: “Cosa mi vuole dire?”
“È il mio creatore che ha deciso così. Sono venuto male, secondo lui. Proprio a causa di questo mio modo di piangere. Continuava a dire che non lo convinceva. Le spalle che vibrano, più di ogni altra cosa, gli sembravano espressione stantia. Seguitava a ripetere che sapeva di muffa. E così, stamattina, mi ha cacciato: “Via, via di qui, allontanati da me e sparisci per sempre!”. Sbattendo la penna per terra ha pure urlato che lui è uno scrittore moderno, che nessun personaggio, neanche il più appiccicoso, lo avrebbe costretto al ristagno dell’acqua fetida”.
A quel punto fece una pausa, guardando per terra, come se volesse concentrarsi per la battuta finale. Poi, di nuovo sollevando lo sguardo, stavolta molto più lentamente, aggiunse: “Così me ne vado. È la mia sorte”. E tacque, guardando negli occhi il vecchio.
Il commendator Chiosini resse lo sguardo dell’uomo per qualche secondo, nel silenzio che si era nuovamente creato nella via. Poi, con un gesto di stizza, portando entrambe le mani in avanti all’altezza del viso, urlò: “Ma vattela a pijà nder culo, va! Eccone n’artro co la sindrome de Pirandello. Ma quanno la smettete de farvi le pippe?”
Continuò a dire altre cose, mentre si allontanava irritato, ma le parole diventarono incomprensibili, poiché il suo disappunto era diventato un mugugno.
Lo sconosciuto aveva già ripreso il suo cammino in direzione della stazione.
Ora, a vederlo da dietro, mentre la sua figura si faceva piccola allo sguardo, non si capiva davvero se stesse ancora piangendo o se stesse invece ridendo, di gusto, per l’incontro casuale.

luglio 14, 2010

Mi è sembrato di sentire un lamento. Dallo schermo del pc, come se il vetro si stesse incrinando. Ho pensato: è il caldo.
Avevo sentito parlare del caldo di luglio che spacca i computer. Allora ho preso il ventilatore e gliel’ho puntato in faccia. Poi ho fatto un’altra doccia fredda, non si sa mai, magari il caldo sta facendo male a me e mi fa sentire cose che non devo sentire.
Niente, quel rumore è rimasto, una specie di gniiiik gniiik, come se dentro ci fosse un animale intrappolato. E’ durato mezz’ora. Alla fine ho capito che era il blog.
“Che hai?”
Non mi ha risposto. Ha messo su un muso, come un’amante gelosa.
Insomma, non ci vuole molto a capire che si sente trascurato. Non gli faccio una coccola da mesi, non un pensiero, neppure una rosa.
Allora ho pensato: che posso fare? Voglia di scrivere manco l’ombra, sono mesi che tutte le volte che ci penso, il pensiero si ferma a metà e mi si appesantiscono le palpebre all’istante. Oppure vedo un’azione del Cagliari al rallentatore.
Tutto quello che sono riuscito a fare è qualche gioco di parole e le stupide note per il face- buco.
Ehi ehi, aspetta un attimo.

– senti, a te piace la poesia giapponese?
– lascia stare.
-cinque, sette, cinque…
Dimmelo in sardo.
– haiku, a ti piaghe sa poesia zapponesa?
– oi, tanka tanka.
-Chimbe,sette, chimbe

-Murra.

Se l’arcivescovo di Napoli si disarcivesconapolizzasse.

Pomigliano: "Il mio è un sì con riserva". Il segretario del Pd pensa che nella parola "riserva" ci sia qualcosa di sinistra.

Colle: ne ho bisogno per attaccare la costituzione.

Caro il mio polpaccio sinistro.
www.repubblica.it/rubriche/lessicoenuvole/2010/06/28/news/silenzio_vuvuzelas-5195840/

Sempre per il polpaccio: sbraang!

La carta stampata, all’alba, parafrasava la sparata padana: “La gara sarà falsata, farsa pagata, Calza da Bafana”. Panzana, gazzarra da pasdaran, grancassa all’alabarda, blablablabla.

Ma basta. Attacca la banda, canta l’amata casacca, canta la panca.
La cagnara da gran zanzara s’abbassa, s’alza.
La massa scalmanata acclama, danza la Waka Waka.
Start.
La palla passa da bar a bar, da casa a casa, da Parma a Marsala. Da Carrara a Mazara, scatta la baldanza: “La Franza a casa, la Spagna da spaccar, tanta strada s’ha da far”.

Ma la banda strapagata par malata.
"Da crac?"
"Ahah, parmalàt".
Blanda, appannata, s’affanna. Annaspa.
Stanca? Appagata? Malfatata?
Sta là, smandrappata , allampanata. Arranca. Sbanda. Casca.
Da casa: “Ma la sacra fama? Ma la tanta grana?”
“Sarà la cassandra padana”.
Dall’altra: “Avanza, allarga, scarta, passa all’ala!”

Alt, basta: patatrac, a casa.
Dramma al bar: “A Cannavà, ma va a zappà, va”.
“ Waka Waka, wakag…”

No, meglio niente, meglio niente. Sto perdendo il senso della realtà mi sta sembrando vero l’assurdo. Tipo che le sorti del governo si decidono a una cena da Vespa, che si sta ricostituendo una pidue che si chiama P3. Allora guardo i titoli del TG1. Uff, meno male, è solo il caldo.

Vado al cinema, lì c’è l’aria condizionata.
www.repubblica.it/rubriche/lessicoenuvole/2010/06/21/news/la_vite_degli_altri-5012102/

giugno 8, 2010

C’era una volta un paese piccolo piccolo che si chiamava Làcanas. Qualcuno sostiene che si chiamava così perché si trovava vicino al mare e vicino alla montagna, con un clima non troppo freddo né troppo caldo. Io ho sempre pensato che si chiamasse così perché vi succedevano cose strane, in quella linea di confine che separa la realtà dal sogno. Lacanas, in sardo, vuol dire proprio confine.
E ora vi racconterò una storia che ho sentito tanto tempo fa da un vecchio che diceva di conoscere bene quel paese.

Pur essendo minuscolo, Lacanas aveva proprio tutto: una strada principale, una piazza, la scuola elementare, la caserma e il municipio. E un campanile che era l’orgoglio di tutti. Un campanile così alto che il sagrestano diceva di poter vedere dalla sua cima il mare di Bosa. Una volta disse di aver visto un mercantile che attraccava nel porto di Alghero. Un’altra volta raccontò di una balena che disegnava grandi cerchi nell’acqua al largo di Tresnuraghes.
Gli abitanti di Lacanas erano persone tranquille. Si facevano i fatti propri e non si ponevano troppe domande. Quando pioveva lasciavano che piovesse e quando veniva l’autunno non si opponevano alla caduta delle foglie. Vivevano così, osservando il corso naturale delle cose, coltivando i campi e cercando di mantenere quell’armonia che da sempre regnava fra loro.
Era una mattina di Giugno, il sole era alto nel cielo. Gianfilippo Mannino, il maresciallo dei carabinieri, arrivato poche settimane prima a Lacanas da una città del nord, stava passando vicino alla chiesa di San Bartolomeo. Nel suo giro di perlustrazione gli piaceva l’idea di passare davanti alla chiesa, sperava di incontrare qualcuno nella piazza, qualcuno cui mostrare la divisa e il suo cappello dalla visiera ben lucidata. A quell’ora però non c’era nessuno: i bambini erano a scuola e gli adulti erano al lavoro nei campi. Un po’ deluso, Mannino si fermò e guardò per terra, come se stesse cercando un pensiero difficile. Fu in quel momento che vide l’ombra lunga del campanile. “Bella quest’ombra” pensò, al rientro mi fermerò qui a prendere un po’ di fresco”.
Più tardi, mentre faceva il percorso a ritroso, accaldato per la camminata, non vedeva l’ora di arrivare all’ombra. Da lontano guardò l’orologio grande della torre campanaria. “C’è una sola lancetta” disse fra sé e sé, “è senz’altro mezzogiorno”. Poi pensò: “A mezzogiorno sparisce sempre una delle due lancette, quel sagrestano non me la conta giusta”. Poi, giunto sulla piazza, si fermò nel punto che aveva stabilito qualche ora prima, ma con grande sorpresa si accorse che l’ombra era sparita. Rimase lì a pensare, sbigottito, poi andò via, determinato a scoprire cosa fosse successo.
La mattina dopo tornò in piazza di buon ora e si appostò dietro l’angolo di una casetta: l’ombra era ricomparsa. Ma, poiché non si dava ragione di quanto aveva visto il giorno prima, rimase lì ad osservare.
Dovete sapere che proprio di fronte alla chiesa di san Bartolomeo c’era l’unico negozio di Lacanas, una specie di bazar dove si vendeva di tutto, dai chiodi di acciaio alle saponette profumate. Il proprietario era un certo Paolino Baralla, un vecchietto che in tutta la sua vita non aveva fatto altro che il commerciante. Quando arrivava la bella stagione, Paolino Baralla, dopo aver rimesso in ordine gli scaffali, prendeva una scopa di saggina e usciva fuori in strada a spazzare la polvere e a spruzzare un po’ d’acqua su tutta la piazza. Cominciava dal lato del suo negozio e lentamente, molto lentamente, in modo da stare sempre all’ombra, arrivava fino alla parete della chiesa. Così anche quel sabato mattina.
“E’ lui, il colpevole è lui”, continuava a ripetere il maresciallo. Guardava prima a destra e poi a sinistra, poi in alto e poi in basso. E sottovoce ripeteva: “E’ lui, è lui”.
In quel momento, un contadino che rientrava dal lavoro vide Mannino che parlava da solo. Incuriosito si avvicinò: “Qualcosa che non va?” chiese, molto educatamente.
“Più di qualcosa, in questo paese c’è qualcuno che ruba le lancette e l’ombra del campanile”.
“Dite davvero?”
“Proprio così. Guarda non ce n’è neanche un filo, e poco fa ho visto Paolino Baralla che la raccoglieva e se la portava nel suo negozio”.
“Per farne cosa?” domandò Mario Faldino, facendo finta di credere alle parole del maresciallo.
“Per venderla, ecco per cosa”.
“Beh, col caldo che fa, andrà certamente a ruba”.
“Glielo impedirò. L’ombra è di tutti”.
“Ma dove la nasconde?”
“Questo dobbiamo ancora scoprirlo. Ma ci metterò un minuto, ora ti faccio vedere”.
“Andrà a perquisire lì dentro?”
“Non c’è bisogno, il bambino che sta arrivando ci sarà d’aiuto”.
Filippetto, cavalcando un cavallo immaginario, galoppava a tutta velocità in direzione dei due uomini: “trù su caba’, tru su cà” ripeteva, incitando il destriero.
Il maresciallo Mannino lo fermò pochi metri prima che arrivasse all’angolo della piazza.
“Come mai non sei a scuola?”
“Oggi dovevo aiutare in casa”.
“Lo sai che a quest’ora non dovresti trovarti in strada a bighellonare?”
“Già, non dovresti” aggiunse Faldino, “la mamma del sole potrebbe rapirti e bruciarti fra le sue fiamme?”
“Veramente mi ha mandato la mia mamma” rispose Filipetto, “a prendere un po’ di zucchero e un tubetto di conserva”.
“E dove?”
“Qui dietro, dal signor Paolino. E da chi se no?”
“Ecco, bravo, allora devi farmi un piacere”.
“Comandi!”
“Compra anche trenta grammi di ombra di campanile. Ecco a te cento lire, il resto lo potrai tenere per te”.
“Va bene” rispose Filippetto, senza fare una piega. E subito diede un colpo di speroni e fece ruotare il frustino invisibile per rimettersi al galoppo. Dopo che fu sparito dietro la tenda scacciamosche del negozio, i due uomini rimasero in silenzio per un paio di minuti. Il maresciallo, al contrario di Faldino che si mostrava calmo, sembrava innervosito dall’attesa. Per tutto il tempo non smise di fare avanti e indietro e continuò a strizzare velocemente gli occhi, finché il bambino non ricomparve.
“Eccolo che arriva” disse Mario Faldino.
Il maresciallo gli andò subito incontro: “Grazie Filippetto, sei proprio un bravo fanciullo”, disse, mentre afferrava il pacchetto che il bambino gli stava porgendo.
“Ho speso quasi tutto, faceva novantacinque lire”.
“Le cinque sono tue, vai con Dio”
“Veramente le ho già spese, ho preso anche io un po’ di quella roba”.
“Che roba?”
“Le mentine”.
“Ma gli hai detto che volevi ombra di campanile?”
“Sì, ma è la stessa cosa”.
Senza aspettare che l’ufficiale replicasse, il birboncello imitò il nitrito del cavallo e corse via veloce. Mannino aprì il pacchetto, una specie di imbuto di carta giallina. Dentro c’erano solo piccoli dischetti bianchi con un buco al centro. “Vedi”, disse con soddisfazione, “i bambini di Lacanas credono di mangiare mentine, in realtà si stanno mangiando l’ombra del campanile”.
“Forse così le tiene al fresco”, provò a ironizzare Mario Faldino.
“Non dire sciocchezze, sta commettendo un reato e dobbiamo impedire che continui. Devo solo acquisire altre prove. Vieni con me, farai da testimone”.
Entrarono nel negozio. Paolino Baralla, che fra le altre cose vendeva anche i tessuti al sarto del paese, in quel momento stava sistemando un rotolo di stoffa.
Gianfilippo Mannino, senza neanche rispondere al saluto del vecchietto, fece un cenno con la testa e disse: “Voglio un po’ di quella roba”.
“Subito, Maresciallo! Quanta gliene serve?”
“Facciamo trecento grammi”.
“No, questa si vende solo a metraggio”.
“Allora me ne dia trenta centimetri”.
Baralla prese il metro e misurò trenta centimetri di panno.
“Non faccia il furbo, non intendevo quello”.
“Non capisco”.
“Voglio trenta centimetri di ombra di campanile”.
“Oh, quella non è in vendita, soprattutto a quest’ora”.
Così dicendo, il vecchietto guardò il suo orologio da tasca e aggiunse: “Fra cinque minuti, credo di poterla accontentare”.
“Bene, aspetterò qui”.
Il contadino, intanto, continuava ad annuire, come se volesse dare ragione ad entrambi.
In quei cinque minuti Mannino continuò a tamburellare con le dita sul bancone di legno. Mario Faldino valutò la qualità delle sementi esposte nel ripiano di uno scaffale. E Baralla, molto lentamente, ripiegò la stoffa. Poi disse: “Ecco… ci siamo, adesso a trenta centimetri dovremmo arrivarci”.
A un suo comando, i tre uomini uscirono dal negozio. Baralla guidò gli altri due finché giunsero sul retro della chiesetta. Poi si fermò e puntò l’indice verso l’angolo di una parete: “Sono un po’ più di trenta centimetri, ma glieli regalo comunque” disse, mostrando al maresciallo quel poco d’ombra che il campanile aveva ripreso a proiettare. Faldino, riuscì a stento a trattenere una risata.
“Allora è qui che la spinge con la scopa tutte le mattine. La nasconde sotto i muri. Ma perché lo fa?”
“Lo faccio per preservarla dal sole. A mezzogiorno e troppo forte e rischierebbe di bruciarsi”.
“Anche questo è vero. Però non la venda più ai bambini, o sarò costretto a denunciarla per spaccio abusivo di ombra”.
Baralla avrebbe voluto rispondere che per i bambini di Lacanas non c’era cosa più buona dell’ombra del campanile. Ma si limitò a dire che in futuro avrebbe rispettato la legge.
Il maresciallo fece un saluto militare e si congedò. Mentre si allontanava, Mario Faldino chiese a Baralla se gli erano rimasti un po’ di semi di pazienza. Glielo disse aumentando il volume della voce, in modo che Mannino sentisse.
“Qualcosa dovrei ancora averla”, disse il vecchietto.
“Allora, se mi fai un buon prezzo, li compro. Ho preparato il terreno, giù in campagna, domani li pianterò”.
“E’ meglio se aspetti qualche giorno” gli suggerì Baralla, “quando ci sarà la luna piena”.

patate senza cappotto

marzo 15, 2010

Come se niente fosse, camminavo da due ore. Ma mica nel parco o, che so io, in una bella spiaggia con la risacca che ti culla dentro e tutto quanto. No, camminavo nelle strade piene di freddo, dalle parti della zona industriale. Il gelo continuava a punzecchiarmi dappertutto, sotto i vestiti, come se volesse fare l’amore con me in modo strano. E anche se cercavo di dirgli di no in tutte le maniere, lui continuava a farmi le proposte più oscene.
Oltre a questi aghi di ghiaccio petulanti, sentivo anche un po’ di fame mista a infelicità che ogni tanto mi stringeva nello stomaco.
Allora, non sapendo cosa fare, mi sono fermato e ho guardato il cielo. C’era una luna bianca, sola come me.
Da lì in poi è stato naturale che io mi sia sentito un poeta sconsolato. Così ho subito chiesto alla luna che cosa faceva, anche lei tutta sola, silenziosa e tutto quanto, in quella notte indisponente. E lo chiedevo alla luna più che altro per chiederlo a me stesso, proprio come fanno i grandi poeti.
Chi poteva mai immaginare che a quell’ora, lì, vicino alla campagna, con cinque gradi sotto zero, poteva esserci qualcuno?
Invece sento il rumore di un finestrino che si abbassa. Dalla macchina posteggiata sul ciglio della strada, si affaccia un tipo e mi chiede se ho bisogno di qualcosa.
“Dell’amore” gli rispondo, riprendendomi dallo spavento.
“Vieni con me”, mi dice.
Non ho pensato che potesse essere uno pericoloso, aveva una faccia simpatica. E poi non avevo niente da perdere.
“Sali in macchina”, mi fa.
Parte, facendo fischiare un po’ le gomme.
Per due minuti non parliamo. Poi mi dice che anche lui era andato a finire laggiù per guardare la luna.
“Ti ha lasciato?” gli chiedo.
“Come un sacco di patate”.
“Per me è lo stesso”.
Per il resto del viaggio penso ai sacchi di patate, mi chiedo come vengano lasciati. Forse al buio, al freddo, in modo che le patate non germoglino.
“A proposito di patate…ti andrebbero delle patate arrosto e un bicchiere di vino?” mi chiede il tipo, mentre cerca un posteggio.
“Mi sembra una buona idea!”
Dopo un po’ siamo davanti a un caminetto, in una cantina del centro storico, a sbucciare patate che il tipo aveva lasciato a cuocere sotto la cenere calda. Il vino è di quelli speciali.

-Non sono mai stato così male- Eppure deve esserci una via di salvezza- Un altro amore- Non esiste un altro amore.
Non mi ricordo chi dei due abbia detto tutte quelle stronzate.
Per fortuna nessuno dei due dice chiodo scaccia chiodo.
Però penso lo stesso a come si rincoglioniscono i maschi quando vengono abbandonati da una donna. Penso anche che siano rincoglioniti già da prima.
Dopo aver sbucciato una patata un po’ più piccola e più rotonda delle altre, ci disegno sopra due occhi e una bocca all’ingiù.
“Sono io”
“No, è la luna”.
“Salute”
“Salute”.

Mi ero ingozzato a tal punto che non riuscivo più ad alzarmi, quelle maledette patate si stavano comportando come una carogna di pecora nello stomaco di un grifone. Non che io dovessi volare, dopo che lei mi aveva lasciato c’era poco da volare, ma sentivo una zavorra che mi ancorava alla sedia.
In più, al tipo che mi aveva invitato nella sua cantina, gli era venuta la sbronza triste. Continuava a ripetere che la vita è uno schifo e che l’unica donna onesta sulla faccia della terra era sua madre. Poi, come se stesse per chiedere un favore, invocava il perdono dei santi Cosimo e Damiano. Per tutto il tempo aveva parlato solo lui, io ero riuscito a vincere solo una breve discussione quando avevo detto che anche un rigore negato alla tua squadra può farti odiare il mondo. Non ne potevo più di quella lagna depressa impastata di vino.
A un certo punto cominciai a guardarlo con un tale disgusto che mi imposi di alzarmi per andarmene. Mi appoggiai al caminetto e con un po’ di sforzo mi misi in piedi.
“Ancora un bicchiere, abbiamo ancora tante cose da raccontarci”, mi disse, strascicando così tanto l’ultima parola che in principio mi sembrò "ravontaji".
Gli inventai la scusa che dovevo andare a lavorare.
“Grazie di tutto, sei una persona che merita di più… le patate erano davvero squisite”.

Fuori c’era la luce dell’alba che cominciava a rischiarare il pezzo di cielo dietro il monte Farasi. La luna non c’era più, la cercai in tutte le direzioni e arrivai a concludere che pazienza, era tramontata.
Faceva ancora un freddo becco. Per arrivare a casa dovevo fare un paio di chilometri e con quel carico di patata in pancia non potevo certo mettermi a correre. Così me la presi con calma, camminando piano e massaggiandomi ogni tanto all’altezza degli addominali per non farmi venire una congestione. Poi, visto che non avevo altre soluzioni, presi il lato positivo della cosa: quando arrivo, la sbornia mi sarà passata e mia madre, che sarà già sveglia, non mi vedrà in questo stato. Un altro aspetto utile era che potevo osservare per bene la città senza che nessun fesso potesse distrarmi.
A parte l’alba, c’erano un sacco di belle robe da vedere. Nel prato di Piazza Garibaldi, per esempio, osservai l’erba. Era lattiginosa e irrigidita dal ghiaccio, sembrava morta. Eppure, pensai, fra poco si risveglia e ridiventa l’erba di sempre, verde e morbida. La paragonai a me.
Più avanti vidi una pozzanghera gelata che luccicava come uno specchio, ma in quel caso preferii pensare che sarebbe rimasta per sempre così.
Lei mi tornò in testa almeno quattro volte. In una di queste, all’altezza di Via Eleonora d’Arborea, considerai l’idea di scriverle una lettera. Potevo raccontarle dell’erba bianca che si rianima. O di come sia strano vedere il respiro che ti precede nella strada.
Quando arrivai a casa, davanti al portone, mi resi subito conto che di lettere non ne sapevo più scrivere.
Girai la chiave con la nausea che mi arrivava fino alle orecchie.

“Ti sembra questa l’ora di tornare?”
“Se in questa casa non sono gradito, posso anche andarmene per sempre”.
“Buffone, buffone”.
Come avevo previsto mia madre era sveglia. Sfaccendava in cucina, in un fracasso di stoviglie che trapanava il cervello. Pertanto non mi fermai neanche a farmi un caffè, non avevo nessuna intenzione di continuare quella discussione pietosa.
“Almeno cambiati quei pantaloni!” mi urlò, mentre me la svignavo nella mia camera.
In effetti i jeans era proprio sozzi, ma erano gli unici che mi piacessero, gli unici che mi davano una certa sicurezza. Non le risposi. Mi chiusi a chiave e mi stesi sul letto, senza spogliarmi. Tanto non volevo dormire, avevo la fissa che dovevo scrivere una lettera d’amore e prima o poi le parole giuste sarebbero arrivate. Da quella posizione, con tre cuscini sotto la testa, potevo guardare attraverso la finestra l’albero del giardino. Mi concentrai sui rami scheletrici e li pregai di darmi l’ispirazione. L’immagine del fiato che si condensa e dell’erba stecchita non mi piacevano più e poi non erano cose da mettere in una lettera, lei avrebbe potuto pensare che mi stavo rammollendo.
Scartai anche l’immagine della luna patata e continuai a fissare i rami. L’unica cosa che mi rimandavano era un ricordo di lei che mi faceva il solletico sotto i piedi e un campo di carciofi nella piana del Campidano. Niente, non mi veniva niente, forse l’unica soluzione era chiamare Polanca.
Mentre ragionavo su questa possibilità, la mamma bussò alla porta: “Vuoi il caffellatte?”
“No, ho già fatto colazione”.
“Ti stai toccando?”
“Mamma ho trent’anni!”
“Ci si tocca anche a cinquanta, voi uomini non smettete mai di toccarvi, e tu non sei certo meglio di tuo padre”.
Aspettai che trascinasse le sue stupide ciabatte fino alla cucina, poi afferrai il telefono e chiamai. Polanca non mi ripose subito e allora gli mandai un messaggio: E’ urgente, l’amore è una patata, dobbiamo parlare.
Quando più tardi richiamò, esordì dicendomi che avevo ragione in fatto di ortaggi. “E’ così”, mi disse, “ finalmente hai capito quello che devi fare”.
“Polà, io non ho capito proprio una mazza, ti sto chiamando per chiederti aiuto”.
“Veramente ti ho chiamato io”.
“Tu hai solo richiamato”.
“Va bene, qual è il problema?”
“Devo scrivere una lettera d’amore e non mi vengono le parole”.
“Una lettera d’amore? A chi?”
“A lei, non riesco a levarmela dalla testa, mi compare ogni trenta secondi. E stanotte mi sono pure ubriacato dopo aver guardato la luna”.
“Sei una mezza calzetta”.
“Non ci posso far nulla, mi sovrasta la nostalgia”.
Polanca per un po’ rimase zitto come una lumaca. Poi, con decisione, quasi avesse trovato la soluzione a tutti i miei problemi, mi disse: “Scrivi distrattamente”.
“Mi vengono cazzate anche se mi concentro, figurati se mi metto a pensare ad altro”.
“Ma no, intendevo la parola distrattamente. Scrivi distrattamente e basta. Poi gliela spedisci”.
“Ma che senso ha?”
“Se lei conosce la canzone napoletana, capirà. Se non capirà, è meglio che tu te la dimentichi”.
Per la milionesima volta pensai che Polanca aveva una soluzione in tasca per ogni problema, come Doraemon il gatto spaziale, non so se vi ricordate. Forse anche Polanca era venuto dal futuro e io non me ne ero mai accorto.
Confortato, mi misi a cantare. Stive ‘mmiez’a tre o quattro sciantose…
Piano, non volevo farmi sentire da mia madre. Ripetevo solo le parole che ricordavo. Ogni tanto cantavo “accussì” e subito dopo dicevo “distrattamente pienz’a mme”. Quest’ultima cosa la ripetevo anche tre o quattro volte, in un crescendo di partecipazione che ricordava i migliori interpreti della canzone italiana. Arrivai vicinissimo alla commozione. Anche se non avevo mai studiato il metodo Stanislavskij, per un momento mi sembrò di aver raggiunto la completa immedesimazione con una superba lettura del sottotesto. L’idea che la mia fidanzata potesse pensare a me mentre si fonava i capelli o mentre davanti allo specchio si schiacciava i punti neri mi faceva venire le farfalline nella pancia. Pieeeenzaaammee.
Allora, camminando sulle punte, mi avvicinavo a lei e la stringevo da dietro. Le sollevavo una ciocca di capelli e la baciavo sul collo. “Mi pensi così intensamente che mi teletrasporti” le dicevo. E lei, voltandosi, mi guardava negli occhi con quello sguardo languido che mi faceva impazzire.
Chiudevo gli occhi e per qualche secondo mi perdevo in una specie di levitazione.

L’urlo di mia madre mi fece ricadere sul letto di soprassalto: “Se proprio devi cantare, fallo mentre metti un po’ d’ordine in quella stanza!”
Non le risposi neanche stavolta. Pensai che c’era poco da fare, mia madre non aveva un’anima.
Forse non l’aveva mai avuta o forse mio padre gliel’aveva seccata in tutti quegli anni di matrimonio. Il punto era che mio padre vendeva diserbanti e per lui tutto ciò che non era utile diventava automaticamente una pericolosa erba infestante. “Dogatiche cussa graminza”. Levati quell’erbaccia: lo ripeteva infinite volte, soprattutto mentre mia madre stava guardando un film romantico.
Nelle ore successive cercai di dormire. Non ci riuscii, il pensiero dei miei genitori appassiti mi teneva sulla corda.
Un odore di ragù cominciò ad arrivare lentamente dalla cucina e a infilarsi sotto la porta. Forse stavo cominciando a digerire le patate, ma assieme alle farfalline sentivo ora le radici filiformi della gramigna che si diramavano per tutto lo stomaco.
Dopo un altro paio di tentativi andati a vuoto, mi alzai e scrissi la lettera. La infilai in una busta e ci spruzzai sopra un po’ di profumo. Poi raggiunsi mia madre.
Non la salutai.
“Si può sapere che hai” mi chiese con una voce isterica.
“Un po’ di gramigna” risposi, tastandomi il petto.
“Levatela!”
Lo disse in un modo asciutto, stavolta. E mentre si girava per mettere il sale nell’acqua della pasta, mi sembrò che le sue spalle si muovessero in maniera strana, a piccoli scatti, come se stesse piangendo. Ma poteva anche essere che stava ridendo.