bello dentro

aprile 24, 2005

 – Ho inghiottito lo specchio, dottore. No, non scherzo. Non sente che voce stridola? Tutto per colpa di quello stupido starnito. E’ fastidioso e anche la u s’inceppa, ogni tanto. Proprio la vocale che uso di più, maledizione.

– Non dica sciocchezze. Cosa c’è, mi dica, una tonsillite? Apra la bocca… oh cazzo, ma che ha fatto?

– Mi guardavo a fondo dottore, oltre l’esteriorità del mio corpo. Sono un po’ narciso.

– Devo mandarla al piano di sopra, mi dispiace, dal mio collega, al tredicesimo.

– Sì, ma prima mi estragga questa roba dalla gola o mi metto a ololare come un lopo, come in lapo… vabbè ha capito.

– E’ più urgente che lei vada su. Venga l’accompagno.



Ci dirigiamo dal dottor Guardalben, lo psichiatra, che per cinque minuti parla fitto fitto con il medico della gola, in disparte. Poi mi fa stendere sul lettino.



– Mi parli della sua bellezza. Quando l’ha scoperta?

– Guardi che è una storia longa, dottore.

– Cosa fa, parla in latino?

– Semmai in sardo, è che…

– Vabbè, vabbè, mi dica dunque, l’ascolto.



Non sapevo proprio che cazzo dire, cosa inventare.



– Beh…ecco, io sono cresciuto con l’idea di essere bello dentro.

– Appunto, mi racconti dal principio. Cosa ricorda della sua infanzia?

– Ricordo ancora quel giorno che mia madre me lo disse per la prima volta.



Una lunga pausa, non avevo voglia di rievocare il mio passato.



– Bene, vada avanti.

– Mentre facevo i compiti, la mamma sferrozzava vicino al caminetto, un punto al dritto uno al rovescio. Trasformava un gomitolo di lana gialla in una di quelle orribili cuffie che mi costringeva a portare anche d’estate. Sollevai lo sguardo dal quaderno pieno di vocali, che cercavo di ripetere, tutte uguali, dentro le righe, per chiederle se la O aveva la gambetta all’insù o all’ingiù. Invece, non so perché, le domandai:

– Mamma perché a tutti gli altri bambini dicono che sono belli e a me no?

– Perché tu sei bello dentro figlio mio – mi rispose, guardandomi con occhi amorevoli.

Mi accarezzò i capelli e mi diede un bacio sulla fronte, facendomi sentire l’omino più felice del mondo. Quell’affetto e quella “verità” mi ripagavano di tutte le lacrime versate a scuola, ogni volta che i miei compagnetti mi chiamavano “Conchimanno” e “Caraebozza”.

Dopo qualche tempo cominciai ad interrogarmi sul significato della sua risposta.

Ogni volta che andavo in bagno, mi mettevo davanti allo specchio e spalancavo la bocca più che potevo, nell’inutile tentativo di vedere oltre le tonsille. Oppure, utilizzando lo specchietto della trousse di mia sorella, con un gioco di riflessi e controriflessi, scandagliavo dentro le narici o in fondo alle orecchie. Mi guardavo dentro, arrivando ad indagare anche sulle parti più recondite del mio corpo, ma non trovavo niente di bello.

Finché un giorno decisi di far uscire quella cosa che si nascondeva sotto la pelle: se ero bello dentro, volevo che la parte migliore di me si potesse vedere anche all’esterno, per mostrarla a tutti, almeno una volta.

Presi il coltello più affilato, quello del salame di mio padre – non che mio padre fosse un salame, avrei potuto dire prosciutto ma c’è la u- e uscii in giardino.

Sollevai la manica della camicia, chiusi gli occhi e feci scorrere la lama sul polso.

Un urlo di dolore accompagnò la mia cadota su una pianta di gerani, rossi come quel sangue che usciva a fiotti dal mio braccio ciccioso.



Mi risvegliai in ospedale, circondato da strane apparecchiature, infermieri, parole dolci e caramelle.

Dopo due giorni tornai a casa. Vennero a trovarmi tutti i compagni di scuola, la maestra, i cugini, gli zii, i nonni, don Pietro, suor Concettina, Polanca e persino Laura, la bambina più bella del paese, che non mi aveva mai degnato neanche di un sorriso. Ognuno portò con sé un piccolo regalo. Non capivo tutte quelle attenzioni, non le avevo mai ricevute, neppure quando mi ero ammalato di morbillo.

Poi arrivò Stefania, la psicologa. Mi mostrò degli strani disegni, me ne fece fare degli altri in decine di fogli, mi chiese di parlare dei miei genitori e infine mi domandò:

– Perché volevi morire? Cosa ti ha spinto a usare quel coltellaccio?

– Ma io non volevo morire, volevo guardare dentro il mio corpo. Volevo far vedere alla mamma un po’ della mia bellezza.

– La tua mamma vede quanto sei bello anche se ti copri fino alle orecchie.

– Anche con le cuffie di lana gialla?

– Sì, anche così. Posso darti un bacio?



Era la seconda volta che una donna mi baciava. In quel momento credetti che Stefania mi avesse svelato un grande segreto. Aveva delle gambe bellissime.

Da quel giorno mia madre smise di fare a maglia e, due volte la settimana, mi accompagnò da lei, per gli anni che seguirono. Stefania continuò a farmi disegnare e scrivere. Mi parlò della sensibilità, dell’amicizia, forse anche di Dio e dell’Inter. E mi convinse che il mio aspetto fisico non contava un bel niente, che presto tutti si sarebbero accorti della mia bellezza.



Arrivarono gli anni dell’adolescenza, gli ormoni bastardi. Una bruttissima peloria comparve sulla faccia, accompagnata da decine di brifoli schifosi che spuntavano come brufoli, nonostante le pomate puzzolenti prescritte dal dermatologo.

Diventai più alto, più nero, più brutto: il mio corpo andava per cazzi suoi. Furono anni terribili. Le pulsioni sessuali e la scoperta dell’amore fecero il resto.

Le ragazze del liceo cominciarono a provocarmi dei turbamenti che diventarono, presto, vere e proprie ossessioni. Mi innamoravo due volte al giorno, sognavo di uscire con loro, fantasticavo romantici corteggiamenti, baci appassionati in riva al mare. Ogni notte, una di loro diventava protagonista dei miei sogni erotici e ogni mattina diventavo paonazzo di vergogna, se qualcuna incrociava involontariamente il suo sguardo con la mia timidezza.

Certo non potevo aspettarmi che fossero loro a prendere l’iniziativa. Ero cosciente del mio aspetto respingente e vedevo come tutte ronzavano intorno ai più “fichi” dell’istituto.

Non potevo far altro che sperare nella previsione di Stefania: dovevo nutrire il cuore, sempre di più.

Mi buttai a capofitto nella lettura di decine di romanzi, cominciai a scrivere poesie d’amore, ad imparare a memoria Prevert e Nerada, a cantare le canzoni di De Andrè e Claodio Lolli -quello sfigato- a studiare come un matto, fino a diventare il più bravo in tutte le materie.



Qualcosa accadde. Un giorno, alla fine delle lezioni, Laura, quella bellissima bambina, diventata una strafica da sballo, mi bloccò alla fermata dell’autobis.

– Ciao, senti posso chiederti una cosa? Mi vergogno molto ma sei l’unico che può aiutarmi. Mancano due mesi all’esame di maturità e se non rimedio a quei voti in latino e greco non verrò neppure ammessa. I miei mi vogliono mandare a ripetizione ma io ho promesso di farcela da sola. Posso venire a studiare da te?



In quel momento avrei avuto bisogno dei sali. Cominciò a girarmi tutto intorno e sentii una vampata di caldo salirmi alla testa. Balbettai che sì, si poteva fare, che a casa mia non c’era problema, che anzi sarebbe servito pure a me, che doveva solo portare i suoi vocabolari.

Da quel giorno io e Laura diventammo amici. Ogni pomeriggio, chiusi nella mia cameretta, fra un aoristo irregolare e una consecotio temporam, parlavamo di tutto. Per ore ci confidavamo i nostri più intimi segreti, costruivamo insieme i nostri mondi fantastici.

Persi la testa. Mi innamorai follemente. Quando la guardavo sentivo crescere il mio cuore, fino a scoppiare. Sentivo che dentro ero Rodolfo Valentino.

Una sera di maggio, poco prima che andasse via, dopo aver bevuto di nascosto mezza bottiglia di Long John, le chiesi di baciarmi.

Mi guardò stranita, come se le avessi chiesto le proposizioni comparative.

– Non voglio rovinare la nostra amicizia. E poi la parte che più mi piace non posso baciarla, è dentro il tuo corpo.

Mi strinse la mano e scappò via. Non la vidi più. Mai più.



Nella mia vita, quella frase, formulata con altre parole, l’ho sentita ripetere da altre donne, tutte innamorate del mio “dentro”.

Da allora, ringrazio Dio di avermi dato un cuore così. Delle narici così. E una gola così.

E’ che ogni tanto mi viene voglia di specchiarmi.

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aprile 13, 2005

"Oppio dei popoli"

Le piante spoglie del papa.vero