febbraio 21, 2008

Come si può sentire un bobbotteddu al cospetto di cotanti personaggi? Spaventato, è ovvio: non so se mi reggeranno le gambe. Mi porterò i sali. E molti tabacchi.
qui ho messo un piccolo trailer, con le musiche del grande Tom Waits. Lì ci sarà un altro grande, Gavino Murgia nostro. Assieme a quei mostri della Dettoressa carriegò e del Maestro giorgioflà.

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febbraio 18, 2008

E’ presto detto, fu colpa della Smorfia. Sì, di quella specie di libro dei sogni da cui si ricavano numeri fortunati, i numeri della vita, come crede qualcuno.
Perché io, fino a quel momento, non ci avevo mai neppure pensato al gioco del lotto e avrei continuato a ignorarlo bellamente se a un tratto non si fosse diffusa la voce che Antioco Dibbidobbo, alla fine dei suoi giorni, stava vedendo gli spiriti. Avrei continuato a condurre la mia  vita tranquilla da impiegato comunale, se quella voce non fosse diventata l’argomento di conversazione preferito dei miei compaesani.  
Da un po’ di tempo non si parlava d’altro a Tresinnoghe: “Eja, l’at intesu su dottore, eja, l’at nadu fintzas su pride, eja, ti naro chi er gai”.
Proprio così, erano stati il medico condotto e il prete a mettere in giro la notizia. Il primo andava a visitare il vecchio sul letto di morte e somministrargli l’ennesima dose di acqua zuccherata dall’effetto placebo; il secondo, che non vedeva l’ora di dargli l’estrema unzione e incassare la somma che i parenti gli avrebbero elargito per la messa funebre, stazionava a casa del moribondo un giorno sì e l’altro pure. Ma Antioco Dibbidobbo, di morire, proprio adesso che gli mancavano due mesi al compimento del centesimo anno di età, non voleva sentirne parlare e ogni volta che vedeva quel corvo del prete ritrovava la forza di sollevare la mano destra e chiuderla lentamente, lasciando ben dritto solo il dito medio. E da qualche giorno aveva anche ricominciato a parlare, a fare i nomi di persone del paese passate a miglior vita e a pronunciare altre cose senza senso. Per Don Ungredda non c’erano dubbi: stava vedendo le anime dei compaesani che lo chiamavano da quell’altra parte.

“E vede le ciambelle?” aveva chiesto la figlia di Antioco.
“ Perchè, ha detto anche ciambella?”
“Sì, ha detto ciambella e mediocredito. E anche dopolavorista. Cosa c’entra con l’aldilà?”
Il reverendo aveva risposto che la fede è un mistero, che la morte è un mistero, che il trapasso è un mistero. E che a certe cose non era necessario dare spiegazioni.
Il medico, invece, aveva detto che era un mistero il fatto che il centenario continuasse a campare ancora, nonostante tutta l’acqua zuccherata che gli aveva fatto bere.
Presto, in casa di Antioco Dibbidobbo le visite al malato si moltiplicarono. Tutti volevano sentire il vecchio, tutti volevano assistere a qual fenomeno paranormale. E qualcuno cominciò a scrivere le parole in un quaderno. Per interpretarle, si disse. O per metterle in relazione fra di loro, come voleva fare Maria Vulana, la maga di Tresinnoghe esperta di segni e di cabala.
Dopo dieci giorni, però, Maria Vulana disse che doveva studiare ancora,  c’erano cose che non era riuscita a spiegarsi, e che alcune parole lei non le aveva mai sentite prima, come “galoscia”, per esempio.
Così il vecchio proseguì la sua speciale battaglia contro la "comare secca" e per altre due settimane continuò ad arricchire il dizionario della megera.
Un sabato pomeriggio, facendomi vincere dalla curiosità, andai anch’io a fare visita al matusalemme. Accompagnato da una nipote, mi presentai al suo cospetto e con fare molto riservato, parlando sottovoce, gli chiesi come stava e gli augurai una rapida guarigione. Lui non rispose. Teneva gli occhi aperti ma era come immerso in un altro mondo. Allora gli sfiorai una mano e volendomi congedare con una frase piena di saggezza gli dissi : “A kent’annos, ti’ Antiò, che possiate campare fino a cent’anni”. Subito mi resi conto della gaffe, ma pensando che non mi avesse neppure sentito, feci finta di niente. Lui, però, continuando a guardare nel vuoto, alzò il dito medio in direzione del soffitto e subito cominciò a pronunciare una di quelle serie di parole che tanto avevano fatto discutere il paese. Non le afferrai tutte, poiché la sua lingua era ormai legata dalla debolezza e dal deperimento, ma alcune le scandì con voce più ferma: carciofo, gavotta, partenopeo, rutilio, benincasa.
Fu una polverosa enciclopedia ad aiutarmi. Tornato a casa, sfogliai le pagine dei tomi dimenticati nello scaffale, alla ricerca delle parole del vecchio, e con mia grande sorpresa scoprii che Rutilio Benincasa era un matematico del cinquecento che aveva elaborato alcune tavole numeriche attraverso le quali, secondo la credenza popolare, sarebbe stato possibile prevedere l’uscita dei numeri al lotto. Eccola la soluzione: Antioco Dibbidobbo ci stava suggerendo i numeri da giocare!
Senza aspettare oltre, decisi di recarmi alla vicina ricevitoria del signor Bonaventura Corricocco, pronto a fare una puntata sulla ruota di Napoli. Lì, vicino alla macchinetta delle scommesse c’era, a disposizione dei clienti, una nuovissima edizione della smorfia. Lì avrei potuto cercare i numeri corrispondenti alle parole che avevo bene impresse nella mente.
Arrivato sul posto, però, il tabaccaio mi disse che il libro l’aveva chiesto in prestito Maria Vulana : “Ha detto che le serviva per studiare alcune cose, lo riporterà stasera.”
Erano quasi le diciannove, mancava pochissimo alla chiusura delle giocate, non potevo aspettare. Allora andai dalla megera.
“Ho bisogno di dare uno sguardo alla smorfia”, dissi.
“Hai fatto un sogno?”
“No, ho alcune parole del vecchio.”
Maria Vulana fece spallucce e mostrando i suoi pochi denti cariati mi rivolse un sorriso sprezzante: “Credi davvero che ti possano tornare utili? Con tutte le cose che dice quel rincoglionito, i numeri dovrebbero essere ben più di novanta!”
“Magari a me ha dato quelli fortunati, non si può mai sapere. E tuttavia voglio provare.”
La maga, senza aggiungere altro, si diresse in un’altra stanza e poco dopo ricomparve con il libro che cercavo.
“Dimmi, quali sono queste parole magiche?”
“Carciofo…”
“Carciofo fa 37. Poi?
“Gavotta…”
“Gavotta fa 20”
“E partenopeo.”
“Partenopeo è 18. La ruota la sai già?”
“Credo di sì.”
“Buona fortuna allora”, aggiunse, con uno sguardo evanescente.

Annotai tutto su un foglietto e senza troppa convinzione ringraziai Maria Vulana: mi sembrò strano che la vecchia avesse trovato così in fretta i numeri, senza dover sfogliare troppe volte il libro. Ma non c’era tempo di farsi venire altri dubbi, mancavano solo cinque minuti alla chiusura delle puntate e perciò mi precipitai di corsa alla ricevitoria. Puntai venti euro, su un terno secco.
Più tardi, con l’ansia che mi divorava, con le farfalline che mi svolazzano dentro lo stomaco, mi incollai al televisore per seguire in diretta l’estrazione dei numeri. La bonazza di turno parlò: Napoli: 20-58-38-62-54.
Niente, era uscito solo un numero, la gavotta: le mie solide speranze si sciolsero come neve al sole. Non me la presi più di tanto, in fondo ero sempre stato un uomo molto razionale e considerai che quella smania di vincita era stata, a ben giudicare, uno sbandamento, una pericolosa perdita dell’equilibrio. E così, nei giorni seguenti, dimenticai l’accaduto.

Tresinnoghe è un paese di poche anime, le notizie si diffondono in un battere di ciglia. Non passarono molti giorni prima che cominciasse a circolare la voce che Maria Vulana era stata vista nell’ufficio di corrispondenza della banca, mentre consegnava al direttore un tagliando del lotto e firmava alcuni fogli. Qualcuno disse che con i suoi poteri la maga poteva vincere tutte le volte che voleva, altri affermarono che era stato solo un colpo di fortuna, sebbene immeritata. Io, semplicemente, feci due più due.
Tornai da Bonaventura Corricocco e, di nuovo, gli chiesi di poter consultare il libro della smorfia.
“Stai sognando molto eh!”
“No, è solo una curiosità.”
“Prego, fai pure.”
Afferrai il volume e cominciai a cercare. I pochi dubbi che mi rimanevano si chiarirono in pochi secondi: le pagine in corrispondenza della lettera C e della lettera P erano state strappate. Non dissi nulla al tabaccaio, feci una puntata da niente, per giustificare la mia richiesta e lo salutai.
La mattina dopo ero a Biddalonga, la cittadina più vicina a Tresinnoghe. Trovare una libreria fornita e acquistare la versione aggiornata della smorfia, la stessa di Bonaventura Corricocco, fu un’operazione semplice e neppure tanto costosa, visto che il libro lo davano a metà prezzo. Un’ora dopo ero a casa che ripetevo i numeri 62 e 54, gli altri due che erano usciti sulla ruota di Napoli la sera della mia giocata. Ero lì, seduto sul divano, che cercavo di capire che cosa significassero le parole corrispondenti a quei numeri: ammazzare, pungere.
Io lo capii. Non credo che l’abbia ancora capito il maresciallo dei carabinieri di Tresinnoghe. Si starà facendo ancora un sacco di domande sul mistero dell’assassinio di Maria Vulana, uccisa così barbaramente e infilzata da tante spine di carciofo. Si starà chiedendo chi fosse quell’ombra che qualcuno ha visto passare, nella notte fra il tredici e il quattordici di febbraio, vicino alla casa della strega, vestito da Pulcinella. E, assieme a tutti gli altri, non sarà ancora riuscito a capire come mai, Antioco Dibbidobbo continui a ripetere Maria Vulana, Maria Vulana, Maria Vulana. E a ridere, come se la morte gli facesse il solletico sotto i piedi.

febbraio 2, 2008

C’era un solo campo ma il posto era fantastico, isolato, immerso nel verde, a pochi chilometri dalla città. Per trovare posto dovevi prenotare almeno una settimana prima. Il gestore ti diceva se in quel giorno e a quella determinata ora c’era qualcuno disposto a fare una partita con te, tu passavi a casa sua, lasciavi un tuo documento e lui ti dava le chiavi dell’impianto. Per due ore potevi giocare in assoluta tranquillità, circondato dagli alberi e sovrastato da un cielo sempre azzurro. Certo, ti poteva capitare anche un avversario scalcinato ma tutti i miei amici del club avevano appeso la racchetta al chiodo già da qualche anno e io non ero ancora riuscito a domare la passione per il tennis. Perciò la nutrivo così, contro giocatori solitari e sconosciuti.
Quel giorno mi capitò un vecchietto di oltre settant’anni, un certo Amedeo, uno di quei pensionati che non si arrendono alle leggi della natura. Appena lo vidi pensai che forse aveva accompagnato un nipote, invece mi si fece incontro e tutto saltellante mi chiese: “Al meglio dei tre set?” “Vada per i tre” risposi, sforzandomi di fare buon viso alla cattiva sorte.
Ci scambiammo una stretta di mano e senza perdere altro tempo cominciammo a palleggiare.
Tirai subito due rovesci incrociati che andarono a rimbalzare all’incrocio delle linee di fondo, così, tanto per mettere le cose in chiaro e fargli capire che forse per lui era meglio la bocciofila. Per tutto il riscaldamento passò più tempo a raccogliere palline in fondo alla recinzione del campo che a colpirle con la racchetta. Ma nonostante questo continuò a sorridere, a saltellare come una cavalletta su quelle gambe magre e rugose. E dopo cinque minuti volle iniziare la partita.
“Ti lascio la battuta, io scelgo il campo.” Mi disse.
Gli rifilai quattro servizi vincenti, riuscì a malapena a toccarne una, steccandola maldestramente. Poi cominciai a farlo correre da una parte all’altra, incrociando i colpi o arrotando la palla con dei topspin che lo facevano finire quattro metri altre il campo. Infine lo irrisi con due o tre drop-shot che andarono a spegnersi a un centimetro dalla rete. Sei a zero, in meno di dieci minuti.
Amedeo però continuava a sorridere e a sgambettare, sembrava che il risultato lo interessasse ben poco.
Quel ghigno eternamente stampato e la sua contentezza da bambino al luna park, dopo un po’ mi provocarono un certo  fastidio. Forse fu per questo che cominciai a deconcentrarmi e a sbagliare qualche colpo. O forse fu il fatto che improvvisamente il vecchietto iniziò a rimandare la palla dalla mia parte. Palle sporche, colpite con movimenti scoordinati, ma che mi costrinsero, alla fine, a cedere il terzo gioco del secondo set.
Da lì in poi, come per incanto, la partita cambiò: io mi innervosii sempre di più, Amedeo si trasformò in un “pallettaro” che avrebbe fatto perdere la pazienza anche al biblico Giobbe. Cominciò a prendere le linee, a colpire il nastro a imprimere degli effetti casuali alla palla. E a fare punti, uno dietro l’altro, fino a vincere il secondo set al tie-break.
Non riuscivo a crederci. Allora mi misi a tirare delle vere e proprie bordate. Ma più forzavo e più sbagliavo. E più sbagliavo, più mi innervosivo. Riuscii a commettere otto doppi falli, a fallire le volèe più elementari, a mandare fuori tutti gli smash. A perdere sei a zero.
Non dissi nulla. Gli feci i complimenti e abbozzai un sorriso.
Nello spogliatoio, poco prima di andar via, Amedeo si avvicinò e mi diede una pacca sulla spalla. “Il vero segreto è la tenacia” mi disse, sempre con quel ghigno. “Non basta la tecnica, ci vuole tenacia e pazienza. Come nella vita.”
“Stai zitto, stupido vecchio” pensai dentro di me. E invece lui continuò, con l’aria spavalda di colui che ti ha appena dato una lezione e che vuole infierire sul tuo ego sanguinante.
Non smise neppure quando gli palesai il mio totale disinteresse con un silenzio che era più esplicito di ogni possibile replica. Non smise neanche quando finsi di telefonare a una mia amica per un altrettanto finto appuntamento serale. Continuava a parlare, a dare consigli, a pontificare sul gioco del tennis e sul significato della vita.
Riuscii a farlo tacere solo con un colpo ben assestato sulla nuca, mentre rimetteva a posto le sue racchette nel borsone. Due corde della mia Wilson si spezzarono, ma lui non emise neppure un grido. Caricarlo nella sua macchina e metterlo al posto di guida mi costò una certa fatica, nonostante pesasse solo una cinquantina di chili. Spingere l’auto fino alla scarpata fu invece un gioco da ragazzi.